Trenque Lauquen

Laura è scomparsa. Due improvvisati detective la cercano negli ampi spazi vuoti della sconfinata pianura umida della provincia di Buenos Aires, fra villaggi di poche case e fazende sperdute. I due uomini presentano caratteri opposti, Rafa, il fidanzato ufficiale e professore universitario che avrebbe dovuto promuovere la carriera accademica della giovane donna, è pratico, fattivo, ottimista e un po’ ottuso, Chicho, l’autista che accompagnava Laura nelle sue ricerche botaniche nella pampa, ma che aveva stretto con lei una relazione di intima complicità, silenzioso, introverso, timido e romantico. Ciascuno dei due conosce di Laura un volto e aspetti che sono stati intenzionalmente nascosti dalla donna all’altro, ma il combinarsi dei punti di vista nella narrazione, più che aiutarci a delineare un quadro più chiaro della figura di Laura, complica la nostra percezione. Intanto il racconto, divagando apparentemente su di una strampalata indagine condotta da Laura e Chicho su di un epistolario erotico fra due amanti misteriosi, nascosto nei volumi della piccola biblioteca della cittadina di Trenque Lauquen, si smarrisce felicemente in un sistema di scatole cinesi o meglio ancora in un gioco di specchi, aprendosi su altre storie che riflettono in una sorta di mise en abyme la scomparsa di Laura. Eppure, i misteri di Trenque Lauquen appaiono poco misteriosi. Laura, così come si mostra nei ricordi di Chicho e Rafa, nello sguardo a ritroso dei flash back e nelle proiezioni in avanti, non sembra avere nulla di ambiguo e esangue. Laura è una donna vivace, curiosa, vitale, con il bel volto aperto e sincero di una bravissima Laura Parades, ricca di umanità e passione. Siamo insomma ben distanti dai rompicapi sterili di Lynch, dalla lussureggiante raffinatezza enigmatica di Peter Greenaway o dalle vertigini hitchcockiane. Pur se le vicende narrate diventano via, via sempre più improbabili ed equivoche, il film mantiene un tono di asciutto realismo, di concretezza quotidiana, con tagli di riprese quasi documentaristici che sembrano stridere con le atmosfere evocate. Anzi, la regista, Laura Citarella, quasi indifferente alla consueta scansione dei tempi cinematografici, ma anche alla costruzione calibrata di una suspence, che sembrerebbe essere necessaria all’interno di una storia di misteri, si prende invece tutto il tempo che vuole, come ad esempio nelle lunghe riprese on the road del ritorno di Chicho a Trenque, quando il ragazzo realizza mestamente, canticchiando una canzonetta ascoltata in loop (Jo no sé si el destino, que separa los caminos) l’evidenza dell’abbandono di Laura, sequenza monotona e malinconica, come può essere malinconica e monotona la pampa argentina. La musica, diegetica come in questa situazione o extradiegetica come in altri momenti, ha un ruolo fondamentale nel film, anche se, pure in questo caso, Citarella non decide per una linea stilistica netta, ma oscilla fra la drammatizzazione e l’ironia, il rincaro e lo spiazzamento. Ed è questo un tratto comune di tutto il film, che sembra a volte accompagnarti per mano verso una soluzione, ma poi, quasi si fosse dimenticato di qualcosa di necessario da raccontarti, ti porta da un’altra parte. La cosa risulta evidente nel passaggio fra la prima e la seconda parte del film, quando è Laura stessa, in prima persona, a raccontarci la sua versione dei fatti in un lungo flashback, peccato che quella che avrebbe potuto apparire la chiave per risolvere l’intrigo, scompagina ulteriormente le carte. Inutilmente ci aspettiamo, come il buon Chicho, di trovare dei rinvii alle storie precedenti, di cogliere degli indizi utili a dipanare le trame già intessute. Come nel racconto di Sherazade il rinchiudersi di una storia non è mai conclusivo, ma è solo il pretesto per un nuovo viaggio, con nuovi protagonisti e nuovi interrogativi. Una creatura indefinita emerge, come in un racconto dell’orrore, da una laguna e, dopo aver gettato nello sconcerto gli abitanti di Trenque Lauquen, viene segretamente adottata da due donne a cui Laura, affascinata da questa perturbante vicenda, si lega, ma ben presto le donne e l’essere misterioso scompaiono, anticipando, in un nuovo meccanismo di rinvii, la sparizione di Laura.

È difficile parlare di questo film che risulta, nella sua placida e sterminata durata, continuamente sfuggente. Come il mostro della laguna di Trenque Lauquen, che rimane il fuori campo oscuro della sua seconda parte, è una creatura mutante, che cambia costantemente forma e aspetto, scivolando fra situazioni e generi, sospeso fra i dedali borgesiani e le ossessioni dei romanzi di Ernesto Sabato. Eppure, nonostante la sua labirintica propensione alle digressioni, il film di Laura Citarella mantiene comunque una avvolgente unità d’assieme che si rivela nel gioco delle simmetrie che lo organizzano, così come nel respiro calmo e disteso che lo attraversa. Acuta riflessione sulle modalità del raccontare, Trenque Lauquen costruisce le sue trame dichiarando – anche nella struttura suddivisa in 12 capitoli – la relatività dei punti di vista, ma nello stesso tempo cortocircuitando l’idea della costruzione progressiva di un quadro d’assieme, che dovrebbe emergere dalla combinazione di sguardi differenti, con il conflitto insanabile delle interpretazioni all’interno del quale non esiste nessun centro privilegiato e riassuntivo, perché la stessa voce narrante di Laura potrebbe essere parziale e depistante. Ma se la modalità prospettica del raccontare sembra riferirsi ad una metafora spaziale, la storia e le storie in cui si avviluppa Trenque Lauquen non possono che darsi in una dimensione temporale che Citarella smonta e rimonta di continuo nel vertiginoso complicarsi dei ricordi – dei protagonisti, ma anche dei personaggi dei racconti narrati – delle immaginazioni e delle prolessi, solo che l’aspetto più affascinante di questo montaggio, non è tanto legato a questo intreccio raffinato di flashback e  flashforward , a cui molto cinema ci ha da tempo abituato, quanto al fatto che l’accavallarsi dei tempi del racconto si staglia su uno sfondo immobile e silenzioso, sull’immensità atemporale della natura austera e spoglia dei grandi spazi della pianura argentina. Una natura che non ha niente di pittoresco e neppure di sublime, per nulla rasserenante, ma nemmeno perturbante, invece aliena e indifferente, eppur velata anche di una struggente malinconia che traspare dai suoi cieli infiniti, ora spenti e freddi ora luminosi e languidi. Ed è proprio immergendosi in questa serena tristezza, uniformandosi al respiro lento di queste lande vuote, di questi orizzonti sperduti di solitudine che si può cogliere, nel contrappunto con quello che allora appare come il brusio confuso dei racconti che si accavallano, la nostalgia per un altrove mai visitato e irraggiungibile. Forse proprio qui sta il segreto della scomparsa di Laura e del fascino indecifrabile di questo film. Adiós,  adios, me voy, me voy.

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