Il problema di fondo delle teorie del complotto è la loro impermeabilità alla realtà. Un po’ come accade per il cinema di Lanthimos. Che costruisce universi pneumatici dove, in condizioni di vuoto d’aria, realizza i suoi esperimenti riducendo al minimo il numero di variabili per giungere alla radice di ciò che gli interessa di più. Indagare le dinamiche estreme dei rapporti di potere e del loro costante ribaltamento dialettico, dove la posta in palio è la subdola e sistematica manipolazione dell’altro in una battaglia che non prevede prigionieri, ma solo l’annientamento del nemico. A volte, Lanthimos stesso rimane intrappolato dal suo estro e dalla sua claustrofobia intransigente. A volte, come in questo Bugonia, se la sua dichiarata avversione per l’umanità è mediata da un humour noir, acido fin che si vuole, ma che si concede, a dispetto della funerea serietà del regista, la trasgressione dello sberleffo, le cose girano meglio, anche se il film rimane, malgrado i “grandi temi” scomodati, un’opera minore (che non mi senta Lanthimos), un divertissement abbastanza innocuo e, nonostante il suo programmatico eccesso di crudeltà, un po’ piacione.
Due balordi terrapiattisti, o anche peggio, fuori completamente di senno (a dire il vero, uno pazzo scatenato, Jesse Plemons, l’altro, Aidan Delbis, piuttosto beota e plagiato dal cugino), rapiscono una bella e arrogante manager di un’industria chimico-farmaceutica (Emma Stone). Non le imputano semplicemente di avvelenare il pianeta con i prodotti tossici della sua azienda, sarebbe quasi un’accusa sensata, ma di essere un’aliena che guida l’avanguardia della silenziosa e strisciante invasione di Andromeda sulla Terra. Lei è prima pratica e sprezzante, poi incredula ed attonita, quindi disperata e piangente, alla fine abbozza e cerca di collaborare, all’inizio con scarsa convinzione, poi sempre più nel ruolo, sempre più persuasiva (troppo forse), anche se tutto questo agitarsi non è sufficiente ad evitarle la tortura…
Impianto marcatamente teatrale, rinuncia ad artifici ottici come le lenti fisheyes e a movimenti di macchina ipnotici o eccessivi, lasciando invece ai personaggi il compito del movimento (sinuoso, repentino, esplosivo) nella scena. E ritorno ad un essenziale campo e controcampo, che sceglie però punti di inquadratura spesso anomali, e abbondanza di primi piani per scavare dentro la follia, l’angoscia, la crudeltà, la miseria, la doppiezza dei suoi personaggi. Senza nulla togliere ad un paranoico e ferocemente fragile Plemons e alla rivelazione Delbis, il film non varrebbe molto senza Emma Stone “mostruosamente” brava.
Peccato per il finale telefonato e, vorrei sperare, volutamente grossolano nella realizzazione scenografica, che dà però a Lanthimos il destro, quando tutto sembra ormai concluso, di farci sapere cosa pensa della specie umana (con la scusa del metterla in guardia dai disastri ecologici- ma chi gli crede?) in un fantastico montaggio finale che vale il film (per cui, se non vi è piaciuto, attendete i titoli di coda, prima di avviare le procedure per il rimborso del biglietto). Cullati dalla voce roca di Marlen Dietrich “Where have all the soldiers gone? /Long time passing /Long time ago/ Gone to graveyards every one / Where have all the graveyards gone? / Covered with flowers every one”. (In effetti, sarebbe stato bello che fosse così: la versione che sceglie Lanthimos è quella di Kingston Trio, ma questo è, con chiara evidenza, l’errore più grave del film).