Jay Kelly

Jay Kelly di Baumbach è un’opera malinconica. Non fraintendetemi, non c’entra nulla la crisi di terza età di un attore hollywoodiano con problemi di identità di cui non ci può interessare di meno (né purtroppo il regista statunitense fa molto per renderla interessante). Siamo presi invece da un’inguaribile malinconia ripensando alla corsa a perdifiato di una giovane Greta Gerwig, irrequieta e felicemente inconcludente, per le vie di Manhattan, ripresa con uno strepitoso carrello laterale da un giovane Baumbach. O ritornando con la mente alla precisione chirurgica con cui il regista statunitense aveva inciso nel vivo dell’afflizione, del rancore e dell’amore perduto di una ordinaria crisi di matrimonio in Storia di un Matrimonio. E perfino di come, ancora qualche anno fa, Netflix produceva capolavori difficili, ma emozionanti come Roma di Alfonso Cuaron per differenziare, almeno di facciata, il suo catalogo ed ora invece sono registi interessanti e già un tempo ‘indi’ come Baumbach che si omologano al cartellone della piattaforma onnivora.
Ma insomma bisogna parlare di questo film di Clooney. Jey Kelly è un attore acclamato, piacione, ironico e disincantato, l’immagine cinematografica di George Clooney, per dirla breve. Dopo la morte del suo mentore, un vecchio regista interpretato in un bel cammeo da Jim Broadbent, a cui Kelly aveva cinicamente negato il suo aiuto, l’attore scopre, facendo a pugni con il suo passato, che forse non è quello che voleva essere. O meglio non è nessuno, perché può essere qualsiasi personaggio e qualsiasi volto e così Kelly parte alla scoperta di chi è, cercando anche di recuperare il tempo perduto con le figlie che ha trascurato durante la sua vita di successo. Lasciando tutti gli impegni programmati prende un aereo per Parigi sulle tracce della figlia più piccola “non si sa se scappando da qualcosa o cercando qualcosa”. Sì insomma, lo avete capito, non proprio una genialata come soggetto, e così Baumbach cerca di complicare la cosa incollando a Kelly una agente consigliere/amico/servetto, a seconda delle occasioni, ed una corte di collaboratori in cui si sprecano (ma si perdono proprio) grandi artisti come Laura Dern. Magari da questo rapporto poteva venire fuori qualcosa di buono, peccato che la parte dell’agente sia assegnata a Adam Sandler che non dismette per tutto il film l’espressione stordita e sinceramente grulla dei primi film come Un tipo imprevedibile. Poi il film va avanti con sfondamenti della quarta parete che portano Kelly direttamente nel suo passato, strizzando l’occhio a Woody Allen che strizzava l’occhio a Bergman e mentre l’attore rimane sempre più solo con sé stesso (alla fine rimarrà solo Sandler e non so se questo per Kelly è un affare) Baumbach, per non farci mancare nulla, inanella tutta una serie di scene imbarazzanti da un vagone di fans di Kelly in un treno francese, ad una corsa nella campagna alla caccia di un ladro e una in un bosco a caccia di sé stesso. La conclusione è in Italia e mentre assistiamo impotenti alla celebrazione di Kelly/Clooney che si concilia con il suo amico e con il suo io inquieto (non c’è voluto molto per superare la crisi), non ci si può che rammaricare per l’assenza di precisione filologica di Baumbach che nella raffigurazione del Bel Paese non inserisce né una scena con la pizza e neppure una col mandolino (gli altri stereotipi ci sono tutti).
Però, detto tutto questo, come suggeriva una cara amica, Jay Kelly non è poi così pessimo come potrebbe sembrare qui a Venezia, confrontato con pezzi da 90 come Park Chan-woo, Ozon o Kawthar ibn Haniyya. Baumbach non ha dimenticato come si fa cinema. Ce lo ricorda quando passa a volte, apparentemente in maniera innocua, da campi lunghi e poi  piani americani o mezzi piani in cui Clooney si muove disinvolto e dinamico a close up sul volto dell’attore, che mostrano cavita di rughe, rigonfiamenti della pelle, macchie incipienti e ci dicono, molto di più di pagine e pagine di sceneggiatura “brillante”, quale può essere il travaglio di un attore che vive della sua immagine, una immagine che si sta appannando. Purtroppo, sono solo frammenti.
Una sera d’inverno, mentre si stirano camicie, si cucina la marmellata di arance o si è impegnati in altri affarucci casalinghi si può tranquillamente guardare Jay Kelly, come sottofondo, su Netflix. Ma se fuori piove e, fin dalle prime scene, si è presi da un impalpabile malinconia, allora è meglio prendere il vecchio VHS, mollare le faccende e rivedersi Frances Ha.

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