Andrea/Adriana ha dodici anni e proviene da un altra galassia, aspetta un segnale dal cielo, un segnale che chiarisca la sua condizione di esule in un corpo femminile che non riconosce. Tutt’intorno la buona società romana dei primi anni ’70, sorridente, glamour come potrebbe essere stata una pubblicità coeva del brandy Oro Pilla, ordinariamente ipocrita e, a suo modo, subdolamente violenta. Da un altro pianeta viene anche Clara (Penelope Cruz) la madre di origine spagnola di Andrea/Adriana e dei suoi due fratelli, animata da una prodigiosa carica di energia che le preclude un sereno inserimento nel ruolo di bella statuina, moglie del professionista affermato. Clara vorrebbe perdersi nel mondo dei suoi bambini, compagna di marachelle più che genitrice, vorrebbe perdersi giocando con loro ad attraversare la folla urlando e infilandosi sotto la tavola dei pranzi di famiglia. Ma anche i suoi figli capiscono che non è opportuno, che non si fa, e così Clara si perde definitivamente, troppo esuberante, troppo ingenua, troppo sincera. Troppo bella, come la rimprovera Andrea (e su questo, parlando di Penelope, non ci piove)
Andrea/Adriana trova una valvola di sfogo superando la barriera di un fitto canneto, cresciuto spontaneamente vicino al quartiere residenziale dove vive con la sua famiglia, sorta di barriera magica che divide il mondo dei doveri da quello del sogno, che l’introduce ad un inframondo di gitani e immigrati e al primo timido amore innocente. Clara fugge invece nell’universo rutilante e pacchiano dei varietà televisivi, balla e canta come Raffaella Carrà insieme ai figli in alcuni godibili siparietti musical che aprono uno spazio di felicità surreale nella misera vita di moglie umiliata e tradita.
Ecco, l’orizzonte soffuso dei ricordi sembrerebbe sulla carta funzionare, ma, mescolando insieme gli ingredienti il risultato è piuttosto deludente.
Crialese aveva confessato che L’immensità era il film che aveva inseguito per una vita. Sicuramente, data l’incombenza del materiale autobiografico, aveva avuto bisogno di distillare le emozioni, di porre distanza fra la sua esperienza reale e la finzione cinematografica. Ma sembra quasi che questo lavoro di elaborazione, se ha mantenuto lo sfondo delle vicende, abbia svuotato di vigore e intensità l’esperienza vissuta. Crialese rimane ingabbiato nel rimando fra la trama delle evocazioni e i richiami alla cultura pop di cui è intessuto il film . La storia di Andrea/Adriana con la bella giovinetta del campo degli emigrati dalle squillanti calze rosse sembra il pre sequel della Canzone del sole, mentre, nonostante la vivacità e la tristezza che Penelope Cruz sa mettere al personaggio di Clara, è proprio l’impianto della narrazione che ne schiaccia la complessità, riducendola al cliché della bella moglie tradita dal marito prepotente e violento, a caccia di nuove emozioni. Spiace dirlo, ma, in fondo, sono proprio le emozioni che il lavoro di Crialese fatica a trasmettere, molto puntale a ricostruire una atmosfera di fondo, vi si perde con il rischio che il film risulti una esercitazione piuttosto fredda, troppo studiata a tavolino, formalmente ben confezionata, ma, nonostante gli sforzi di Penelope Cruz e della brava Luana Giuliani nella parte di Adriana, poco empatica.
