À pied d’oeuvre

Nel cinema francofono comincia a diventare un tema ricorrente. Se in Bergers di Sophie Deraspe un affermato pubblicitario decideva di diventare pastore nel sud della Francia per trovare ispirazione e materia per la sua scrittura, nel film di Valerie Donzelli, Paul  Marquet (un misurato ed insieme vibrante Bastien Bouillon, una delle migliori interpretazioni qui alla Mostra del Cinema di Venezia) abbandona un remunerato e apprezzato lavoro di fotografo per seguire la sua vocazione letteraria. Ha già scritto due romanzi che hanno avuto buone critiche, ma pochi, anche in famiglia e fra gli amici (cosa che non è un ottimo viatico), li hanno letti. Comincia ad essere un po’ un impaccio per il suo editore che gli rifiuta la pubblicazione di un terzo libro, a sfondo autobiografico, ispirato al travaglio della sua separazione. I miseri introiti delle royalties dei libri precedenti e l’anticipo per il nuovo romanzo sono ormai sfumati e Paul non può più permettersi il bel appartamento borghese di quando guadagnava fino a 8000€ al mese. Si trasferisce in un sottoscala malsano dove c’è appena posto per la sua scrivania e da dove vede, dalle finestrelle che danno sulla strada, le scarpe e le gambe dei passanti in una citazione, chissà se consapevole, del rimpianto e bellissimo Vivement dimanche. Il contesto è però del tutto diverso. Qui Donzelli ci vuole far percepire anche visivamente lo slittamento nella scala e nella considerazione sociale di Paul, biasimato pure dal padre che l’ha aiutato a trovare questo triste studio. Paul, nel sottosuolo, sta diventando invisibile, perché la sua incipiente povertà, nel mondo dinamico, brillante, della seduzione delle merci e dell’imperativo ad essere vincenti, è rimossa, invisibile. Ma Paul non si lamenta: la sua è una scelta ragionata, rigorosa. Vuol ottenere tempo per la scrittura rinunciando, in cambio, a sicurezza e riconoscimento sociale e quindi, rifiutando di far fruttare i suoi talenti (che ne so? andando a fare servizi fotografici per i matrimoni), si improvvisa manovale tuttofare. Iscrivendosi ad una app di lavoro occasionale che mette in relazioni potenziali datori di lavoro e prestatori d’opera, sprofonda nella gig economy, dominata da un principio di concorrenza spietata. Oddio, nella Corea di Park Chan-woo la competizione di mercato sfociava nell’omicidio, qui, più asetticamente, i lavoratori sono risucchiati in una gara al ribasso: vince chi si offre al minor prezzo possibile, per una qualsiasi attività più o meno qualificata, soggetto comunque all’impietoso giudizio delle stelline attribuite dagli utenti e alla pressione del algoritmo che, più freddo e spietato dei caporali che selezionano fuori dai cantieri la manodopera in nero, domina ormai la vita di questi lavoratori interinali. Dentro il racconto, non proprio originalissimo, della crisi creativa di un letterato, se ne innesta un altro, quasi documentaristico nella sua essenzialità asciutta, priva di ogni retorica che – in linea con altre opere come La storia di Souleymane di Boris Lojkine o Sorry we missed you di Ken Loach – illumina le dinamiche di une economia sempre più flessibile, precarizzata, disumanizzante che realizza tecnologicamente, in maniera impersonale, quello che, dai tempi  del divieto dell’associazionismo operaio ottocentesco, è stato l’obiettivo principe del capitale: spezzare la solidarietà fra i lavoratori, azzerando la loro capacità di combattere collettivamente per i loro diritti, brillante risultato ottenuto grazie alla segmentazione competitiva dei processi lavorativi gestiti digitalmente. La figura di Paul tiene assieme in modo efficace questi due piani. Paul accetta con convinzione ascetica la nuova condizione che lo segna direttamente nel fisico – l’uomo, certamente non abituato a queste nuove attività molteplici di idraulico, giardiniere, traslocatore, ecc. spesso si ferisce – ma assieme anche lo logora, prostrandolo e rendendogli una fatica improba la stessa scrittura. Eppure, Paul rimane inflessibilmente coerente con la sua scelta di vita in cui si riconosce anche una forma silenziosa di resistenza. Più che la grazia controllata, la sollecitudine serena con cui Hirayama compie come un rituale zen il suo lavoro giornaliero nei bagni pubblici di Tokyo, l’atteggiamento di Paul richiama l’ostinazione tenace e cortese di Bartleby, lo scrivano di Melville: “Preferirei di no”. Preferirei non omologarmi, non scegliere la via facile, non acquattarmi nella mia zona di confort. Rimanere fedele alla propria vocazione, questa è la scelta di Paul, rifiutando di assoggettarsi alle esigenze del mercato che avrebbero imposto una revisione radicale dell’opera che aveva presentato al suo editore. Accettare il degrado per preservare la libertà. Anche se, è difficile considerare libera la sua condizione di nuovo schiavo dell’algoritmo. La sceneggiatura, molto ben scritta, attenta, senza inutili enfasi e scontati vittimismi e la regia sobria di Donzelli (autrice dello script assieme a Gilles Marchand) riescono a rendere bene questa contraddizione in cui rimane imprigionata la figura di Paul, fino alla risoluzione catartica finale. C’è però una scelta di sceneggiatura che, seppur ben calibrata durante la narrazione, potrebbe risultare problematica. Alla presentazione accurata, ma visivamente scarna e grigia delle vicende di Paul fa da contrappunto, come una sorta di monologo interiore, la voce off del protagonista che riporta le sue riflessioni intime, riprendendo delle belle pagine del libro di Frank Courtes da cui è tratto il film della Donzelli. Si sa che il vostro umile recensore non è un patito della voce fuori campo, qui, per altro, usata con parsimonia ed equilibrio, anche se da questo contrappunto scaturisce, alla lunga, una strana impressione. Anche se Paul è sempre più assorbito nella sua condizione frustrante, le sue riflessioni – puntuali, incisive, profonde – lo mostrano contemporaneamente come distaccato e oggettivo, come se vedesse dall’esterno la sua situazione e proprio per questo potesse comprendere e commentarne  le emozioni, il disagio, finanche lo sconforto in cui a volte sprofonda. Tutto bene, certo, ma è difficile, a questo punto, davanti a questo sdoppiamento fra l’io narrato e l’io narrante, non cogliere una somiglianza un po’ inquietante con la condizione particolare di una sorta di antropologo che, sperimentatore scrupoloso (Paul è un attentissimo osservatore delle situazioni in cui si viene a trovare come lavoratore occasionale), ha condiviso le condizioni miserevoli della vita degli indigeni della Papuasia (leggi i lavoratori forzati della gig economy) per descriverne usi e costumi.  E poi salutarli e tronare alla propria Università…Impressione rafforzata dallo sviluppo della narrazione che – riprendendo una storia vera, quella dell’autore del testo di riferimento – si conclude con il successo del nuovo manoscritto del romanziere, ispirato proprio alla sua recente esperienza di vita. Come dire, l’arte alla fine vince. Anche qui, tutto bene. Ma si è persa una occasione. Come dicevo, c’è una separazione fra due livelli nel film di Donzelli: la riflessione sul processo della creazione artistica e la descrizione delle trasformazioni del lavoro che producono, entro le nuove frontiere della gig economy, instabilità programmatica, insicurezza, sfruttamento, accentuando ancora di più il principio della competizione in un mercato privo di regole. Ma siamo sicuri che i due livelli corrano su piani paralleli che si intersecano solo nel buio sottoscala di Paul per poi dividersi? Il nuovo libro proposto da Paul e accolto entusiasticamente dalla sua editor (la bella Virgine Ledoyen) era forse più personale e autentico di quello che lo scrittore aveva dolorosamente partorito, riflettendo sulla sua crisi matrimoniale, o forse questo trattava semplicemente un tema più scontato, sfruttato editorialmente e quindi “usurato” di questa “originale” odissea nella nuova povertà? In fin dei conti anche la resistenza al mercato può diventare una merce appetibile. Donzelli sorvola. Peccato.

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