Mr. Nelson, Did You Kill People?

Un ragazzo di colore sbandato, Allen Nelson, vive fra animali randagi e lerciume in una casa abbandonata, poi in una delle rare uscite all’esterno incontra una sua ex compagna di classe, è una maestra di scuola elementare, simpatica e un po’ petulante. Lei lo riconosce, gli chiede della sua esperienza di guerra in Vietnam, gli propone di venirne a parlare nella sua classe. Allen nicchia, è visibilmente a disagio, vorrebbe essere da tutt’altra parte, ma non c’è più un luogo dove l’uomo non sia tormentato dai suoi fantasmi. Alcuni ragazzi lanciano dei petardi per gioco e la mente di Nelson esplode di terrore, gli scoppi si amplificano come boati d’inferno, il cielo si spezza, la camera precipita, lo schermo è troncato da due squarci neri paralleli. Siamo nell’esperienza immersiva del cinema totale di Tzukamoto. Quello che abbiamo appena visto è Allen che rivivendo in modo allucinato l’orrore del Vietnam, si è rifugiato in preda al panico sotto un’auto, solo che il regista giapponese non ha filmato l’azione, ma ci ha fatto sprofondare nel turbine di emozioni e disperazione di Nelson ricapultato per l’ennesima volta nel buco nero dei suoi incubi. Eccessivamente dilatato, discontinuo, schiacciato da un sound design ossessivo e opprimente. Ma anche capace, come nel momento che vi ho appena descritto, di una potenza devastante. Il primo film americano di Tsukamoto stordisce per la violenza sconvolgente con cui riesce a rendere il caos omicida della guerra in Vietnam, quando Nelson — una sorta di novello Tetsuo, cyborg dis-umano — si trasforma in una macchina di morte, ebbra di distruzione e sangue. Al tempo stesso però, il film prostra per la lentezza, la ripetitività, la persistenza di una pastosa luce dai riflessi arancio che domina gli interni della casa di Allen adulto (si capirà solo alla fine il perché). E prostra, purtroppo, anche per la cura didascalica con cui Tsukamoto filma la gravosa redenzione dell’uomo adulto, perseguitato dall’orrore del suo passato. Basato sulla storia vera di Allen Nelson, un reduce che riuscirà a dominare i suoi demoni raccontando la sua esperienza in conferenze pubbliche (molte di queste tenute in Giappone, ma poi anche nello stesso Vietnam) il film di Tzukamoto ruota attorno ad una domanda secca, ripetuta con caparbietà piatta dallo psichiatra di Nelson (Geoffrey Rush) al termine delle sedute di cura, dominate dai ricordi agghiaccianti dell’uomo. “Mr Nelson, why did you kill people?”. Una domanda che non si accontenta delle risposte scontate, difensive, alla fine rabbiose dell’uomo. “Era la guerra”; “Obbedivo agli ordini”; “I guerriglieri si mischiavano ai civili e i civili si trasformavano, non appena ci giravamo, in guerriglieri”;  “Se non lo facevo io, mi avrebbero ucciso loro”. Una domanda che nella sua, monotona insistenza, quasi una goccia che scava la roccia, non ha bisogno di altri chiarimenti, si immerge nell’oscurità che risiede in ciascuno di noi e che può – come alla mostra di Venezia rivelava Naza, il documentario di Yuval Abrham e Rache Szor sullo sterminio dei palestinesi a Gaza – trasformarci in spietati carnefici. Peccato che Tzukamoto, ne espliciti la risposta ricorrendo a facili psicologismi e a superficiali spiegoni sociologici, che, magari, troveranno una giustificazione nella biografia di Nelson, ma che, proprio per questo, ci rassicurano, allontanando lo sguardo dalla vertigine di un male, banale e ordinario, che abita dentro noi stessi. 

Lascia un commento