Io avrei una modesta ipotesi. E se tutto il marchingegno del segreto innominabile fosse un inutile orpello?
Piero è un professore molto amato dai suoi studenti, brillante, simpatico, attento al loro vissuto, sempre disponibile e forse un po’ troppo piacione: camicie button down e Clarks, comme il faut. Promuove una didattica degli affetti, anche se poi ha un affetto particolare per una sua studentessa, Teresa, non la più carina della classe, ma la più intelligente, intrigante, matura. Che infatti ha capito tutto e non ha remore nel riconoscere il suo amore per l’uomo. Piero ordisce goffe avance, mascherate da innocenti proposte e interessati consigli culturali, ma come diceva una definizione anonima di “amore”, pescata a caso in un gioco didattico organizzato dal professore, in amore non c’è mai parità, perché sempre qualcuno è in una posizione di forza e in questo caso si capisce subito chi è. Poi la scuola finisce, ma lui con una scusa la cerca, ha saputo che ha lasciato l’università e vorrebbe riportarla sulla retta via, ancora una volta impacciato tergiversa, ma lei non gli lascia scampo e nasce questa storia d’amore travolgente che spinge i due a suggellare la loro passione con la confidenza dei loro segreti più riposti. La confessione di Piero – un mistero che si presuppone orrido e terribile – darà, almeno nelle fantasie dell’uomo, un potere costante alla donna su di lui. I due si lasceranno, la ragazza diventerà una matematica da premio Fields negli USA, lui si sposerà, avrà una figlia, farà carriera come pedagogista al ministero ed avrà una vita come tante altre: successi, delusioni, affetti, tradimenti, ma sempre, fino alla vecchiaia, inquietato dal possibile ritorno di questo rimosso, dall’incombere del fantasma della donna a cui aveva consegnato la sua vita.
All’inizio del film, proprio nel gioco che rivelerà la chiave del rapporto fra i due, il professore disegna alla lavagna lo schema di un brainstorming costruito su una polarità: amore e paura. Una traccia di una didattica un po’ didascalica, verrebbe da dire, quella degli sceneggiatori, lo stesso Lucchetti e Piccolo, che offrono un segnale fin troppo esplicito di come questi affetti primari – non a caso posti all’origine del nostro agire da Hobbes – spesso si intreccino fra loro e come del loro intreccio sia intessuto il film. Paura di perdere l’amore, ma paura anche della potenza sovversiva dell’amore, che l’amore ci travolga, annienti le difese dell’io, scopra le nostre fragilità più riposte, dissolva le maschere che ci aiutano a portare avanti un’esistenza decorosa e socialmente riconosciuta. La storia di Piero e Teresa è semplice. La storia di un amore che segna una vita, di una passione impossibile che non si spegne. Una storia che finisce, come finiscono tante storie, ma che manterrà un segno indelebile in Piero. Il ricordo di una sincerità assoluta e lacerante di fronte ad una persona, una giovane donna, che ha saputo donare tutta se stessa. Un ricordo che sarà un’ossessione per la vita futura di Piero, il costante dubbio che tutto sarebbe potuto essere diverso, che questa esistenza di rassicuranti minute verità e piccole meschine menzogne non era l’unica possibile. E così il film tocca i suoi momenti più delicati e autentici quando ricostruisce le vicende di una vita come tante altre, nell’alveo di una rispettabilità borghese, un esistenza qualsiasi, con le sue gioie e i suoi inganni, ma vissuta sempre intimamente da Piero come un ripiego, e sono bravi Elio Germano e soprattutto Vittoria Puccini, nel ruolo di Nadia la moglie di Piero, a tratteggiare, sullo sfondo di un affetto che si è fatto abitudine, le sfumature di insoddisfazione, insicurezza, disinganno, rassegnazione che costellano la vita di ogni giorno. Quando invece ricompare l’incombenza del mistero, e riappare Teresa, non certo per colpa di una intensa Federica Rossellini che riesce sempre a trasmettere la vibrazione di un fascino perturbante, anche quando è devastata, nelle scene che la ritraggono anziana, da un trucco greve, la vicenda scivola dalle parti del grottesco, complice anche l’imbarazzante commento della colonna sonora con toni ansiosi da thriller di Thom Yorke (anche qui nessuna responsabilità del musicista, che fa il suo onesto lavoro, ma infelice scelta di regia). E mentre la sala si divide a metà fra chi almanacca sul contenuto nascosto della terribile confidenza (Piero sodomizza bambini ai parchi pubblici? Ha partecipato alle preselezioni del Grande Fratello? O forse Teresa è la voce della sua coscienza, è l’aquila del Prometeo di Apollinaire che nel bel mezzo della sua vita borghese, torna a sbranargli il fegato?) e si disinteressa del film e chi si disinteressa del film tout court, mi viene da pensare a perché Lucchetti (sospendiamo il giudizio sul libro di Starnone) non abbia avuto fiducia nelle capacità di comprendonio e soprattutto di empatia del suo pubblico. Senza bisogno di ricorrere ad artifici rocamboleschi o derive metafisiche, il ricordo di un amore perduto può comunque costituire un’ossessione intermittente e discreta, attraversare silenzioso una vita, che magari continua a scorrere tranquilla, mediocre o brillante, ma inquietata sotto traccia da un non detto, da un non vissuto che non occorre che spinga al suicidio (oltre ad una predilezione per le camicie button down, Piero ne ha una per i cornicioni dei palazzi) per insinuarsi, a volte, nella nostra esistenza, nei suoi momenti più insignificanti e impensati, colorandoli di una amara e lieve malinconia. Così, immaginando come sarebbe stato un soggetto del genere trattato, non dico da Truffaut, ma magari anche solo da Mia Hansen-Love, non si può che concludere che, come sempre, hanno ragione i tanghi: come cantava Francisco Fiorentino sulle parole di José Contursi e la musica dell’immenso Anibal Troilo: “Non sé porque te perdì, tampoco sé cuando fue, pero a tu lado dejé toda mi vida”
