Ferrari

Niente da dire, Micheal Mann sa raccontare storie e quella di Enzo Ferrari, in una svolta cruciale della sua esistenza, con la sua casa automobilistica schiacciata dai debiti e dallo strapotere della Maserati sui circuiti della Formula 1 e la sua vita privata lacerata fra la moglie e l’amante con il fantasma incombente del figlio Dino, tragicamente scomparso qualche anno prima, è una bella storia. E Mann ha il pregio di raccontarla senza scivolare nelle macchiette a cui, nel cinema americano, spesso si ricorre se si deve parlare dell’Italia, mantenendo sempre viva la tensione grazie all’uso sapiente del montaggio alternato che nei momenti topici del film combina assieme il ruggito sfrecciante dei motori e il melodramma. Certo ci sono degli squilibri, Shailene Woodley nei panni dell’amante di Ferrari scompare davanti alla furia dolente di Penelope Cruz e Adam Driver prende un po’ troppo sul serio la parte del generale cupo e sprezzante, pronto a sacrificare per la causa le sue truppe, risultando, alla lunga, monocorde. Così, seppur Mann riesca a combinare assieme con mestiere gli intrighi e la passione, le invidie e i dubbi (pochi), la rabbia e il dolore, il film si accende di vitale vigore solo quando le rosse rombano in pista e fra i borghi e i lunghi rettifili alberati delle 1000 Miglia, soprattutto poi quando, come razzi impazziti vorticano nell’aria nello schianto degli incidenti mortali, falcidiando, terribili e indifferenti, vite umane. E il sospetto che l’impatto estetico di questi virtuosismi sia un po’ fine a sé stesso rimane.

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