Gli spiriti dell’isola

Mettete che Estragon decida un giorno di smettere di parlare con Vladimir.

Pàdriac (Collin Farrel) è un uomo semplice e gentile, probabilmente un po’ noioso come spesso accade alle persone buone. Ama Inisherin, l’aspra e petrosa isola al largo delle coste occidentali dell’Irlanda dove risiede fin dalla nascita, tutti i suoi animali, fra i quali la sua preferita è un’asinella graziosa e un po’ timida, ed infine soprattutto Siobhán (Kerry Condon) la sorella con cui vive, donna volitiva che brilla di una bellezza fiera sul punto di sfiorire, e di una intelligenza viva e caustica. Pàdriac, poi, è affezionato ai rituali monotoni con cui è scandita la sua vita: il pascolo delle bestie, la cena con la sorella e, alle 14.00 in punto, una pinta al pub con Colm (Brendan Gleeson), l’amico di sempre. Che di punto in bianco decide che non vale più la pena sprecare il suo tempo con Pàdriac e, in modo unilaterale e sprezzante, stabilisce che i due non dovranno più parlarsi.

Tutto è irragionevole e immotivato.

In primo luogo l’amicizia fra Pàdriac e Colm. Alla sceneggiatura e alla messa in scena bastano pochi tratti per rimarcare la distanza fra i due: tanto Pàdriac è mansueto, ordinario, ciarliero, quanto Colm è ombroso, eccentrico, silenzioso. L’uno è un mandriano, l’altro un virtuoso violinista. L’interno del cottage di Pàdriac, immerso in un’arida e piatta campagna, è lindo ed essenziale, la casa di Colm, eretta in un luogo di romantica e tormentata bellezza in fronte all’oceano, indica una certa ricercatezza misteriosa, con strane maschere che penzolano dal soffitto. Né gli argomenti delle chiacchierate fra i due sembrano indicare una complicità e una confidenza irrinunciabili, visto che, prendendo come riferimento un caso di cui si parla, i contenuti riguardano l’essenza filamentosa degli escrementi della puledra di Pàdriac. La ragione della frattura oltre che insensata è stravagante. Colm decide che non può più perdere tempo in chiacchiere inutili perché deve dedicarsi totalmente all’arte, lasciare un segno indelebile, componendo una musica che rimarrà quale testimonianza del suo genio. Mira anche abbastanza in alto, visto che prende come modello Mozart, di cui per altro confonde il secolo d’appartenenza. Anche qui basta solo guardare al contesto in cui si svolge questo stralunato dialogo: un pub sperduto in una remota isoletta al largo di una periferica Irlanda, perché emerga tutta l’inanità del proposito. Assurda è poi la determinazione con cui i due ex amici cercano di raggiungere i loro scopi contrapposti – di per sé, magari, ragionevoli – ma perseguiti con una risolutezza tanto ottusamente testarda, quanto perversamente controproducente. Colm desidererebbe solo essere lasciato in pace per dedicarsi alla sua arte, ma per allontanare l’amico si preclude, in un’escalation macabra, la possibilità di farlo. Pàdriac vorrebbe ottenere ragione, vorrebbe comprendere le vere motivazioni di Colm, convinto ragionevolmente che tutto si possa alla fine appianare, ma agisce con la stessa ingenuità improvvida dell’agrimensore che vuole accedere al Castello, ottenendo effetti macroscopicamente contrari alle sue intenzioni, quasi una riproposizione fra le lande gaeliche dell’ostinazione stolta e autodistruttiva con cui Willy il coyote insegue Beep Beep. Il tutto, in piena coerenza con le dinamiche dell’humour noir che prevedono un rincaro all’eccesso estremo delle buone intenzioni, trasformate così in paradossali mostruosità aberranti (se il richiamo a Willy il coyote è sembrato troppo pop, si vedano, tanto per rimanere in terra d’Irlanda, i caritatevoli propositi della Modesta proposta di Jonathan Swift che suggerisce di risolvere contemporaneamente il problema della fame e della sovrappopolazione nell’Irlanda del ‘700 vendendo come carne da macello i bambini…). Senza nessuna ragione, la controversia fra i due sale così progressivamente di livello e ferocia, mentre dalla terra ferma giungono gli echi e i bagliori della crudele guerra civile che infiammò l’Irlanda agli inizi degli anni ’20 e la natura circostante dei paesaggi, rilucente fra le foschie brumose che provengono dall’oceano di tutta la sua malinconica e desolata bellezza, assiste indifferente al montare iperbolico del conflitto.

L’effetto comico di questa eccentrica commedia nera, scritta con folgorante incisività e spietata leggerezza da Martin McDonagh è assicurato proprio dalla sproporzione fra le ragioni futili, se non proprio incomprensibili, dello scontro e la pervicacia folle con cui è condotto, mentre bizzarre figure di contorno completano lo scenario grottesco. Fra queste si staglia la perturbante presenza della signora McCormick, una vecchia arcigna che si aggira spettrale per l’isola, comparendo nei momenti più impensati con il suo carico di cupe predizioni. Proprio questa figura è l’indice del gioco sottile e ambiguo in cui è coinvolto lo spettatore di McDonagh. Il regista, infatti,  dissemina la narrazione di segni e tracce che potrebbero facilmente assumere una valenza simbolica e arcana, per cui la sinistra figura alluderebbe alle banshees del titolo inglese (personaggi del folklore celtico, spiriti femminili inquieti, il cui canto annuncia sventura), oppure dire esattamente quello che dicono: una vecchietta bislacca, barbosa e iettatrice che i paesani evitano come la peste, nascondendosi dietro ai muretti a secco dell’isola. E così, mentre con uno stato d’animo che oscilla fra la partecipazione divertita e un certo turbamento cerchiamo di deciderci se lasciarci andare alle iperboli comiche della narrazione o cercarvi all’interno significati profondi e riposti, McDonagh ci spiazza costruendo una nuova, straziante relazione di coppia che costituisce una sorta di rovescio speculare rispetto al rapporto fra i due amici svitati. Nell’isola c’è anche un’altra figura centrale: Dominic. (Piccolo inciso sulla recitazione, in un cast di attori mostruosamente bravi, Barry Keooghan lascia a bocca aperta per la sua performance). Dominic è un ragazzino disturbato e selvatico, un po’ lo scemo del villaggio, spavaldo per timidezza, sfrontato per mancanza d’affetto. È brutalizzato dal padre, un  poliziotto violento e lascivo, e diventa l’improbabile consigliere di Pàdriac a cui suggerisce proposte insane, anche se non del tutto prive di una saggezza folle. Ed è anche segretamente innamorato della sorella di Padriac. Qui mi sbilancio: la sua dichiarazione alla bella Siobhàn è una delle più s-convolgenti e romantiche della storia del cinema, un momento in cui il comico – l’assoluta improponibilità della proposta – si rovescia in patetica, struggente commozione. Attraverso il meccanismo del campo/controcampo, sfondato a tratti da campi lunghi che riprendono in lontananza la sagoma ghignante della signora McCormick, spettatrice enigmatica della scena, la regia ci fa assistere dall’esterno al dialogo fra la donna e il ragazzo, facendoci ridere per l’imbarazzo maldestro della confessione di Dominic, ma nello stesso tempo, ci precipita dentro alla situazione, addolorati ed impotenti come Siobhàn davanti alla sconsolata sincerità del giovane e all’amara ironia con cui cerca di mascherare il suo sconforto: “Il bel sogno svanisce, del resto chi non risica…”. In una condizione rovesciata rispetto l’assurda contesa fra Colm e Padriac, viviamo una situazione in cui facciamo esperienza di come ci si possa sentire vicini all’altro, partecipare alla sua sofferenza e alla sua angosciata richiesta d’amore, senza però poterla in nessun modo esaudire.

C’è una disperata solitudine nell’isola di Insherin, ma, insomma, possiamo tranquillamente riderci sopra, non si parla di noi, si tratta di un isola, lontana, lontana, sperduta in mezzo all’oceano…

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