Diffido sempre quando un film è presentato, in pompa magna, come “tratto da una storia vera”. Come se il cinema non fosse vero, come se ciò che accade nel caos dell’esistenza avesse comunque più dignità e necessità di ciò che scaturisce dall’immaginazione.
Beh, insomma, ci sono questi anziani, non proprio arzilli, anzi un po’ male in arnese, in una casa di cura nel sud dell’Inghilterra, che sarebbe il sogno della vecchiaia di tutti (se si può parlare di sogno riferito alla vecchiaia): infermieri pazienti e amichevoli, assistenza impeccabile, addirittura una suite personale per una coppia di anziani che possono così trascorrere assieme, in un ambiente protetto e con la dovuta privacy, gli ultimi giorni di tragitto in questa valle di lacrime. Con addirittura lo zerbino davanti alla porta con su scritto “Welcome”, un modo elegante ed amichevole per accogliere la Nera Signora. Oltretutto non una cosa da nababbi, ma alla portata di due ordinari appartenenti alla middle class, come sembrano essere Michael Caine (Bernie) e Glenda Jackson (René). Bernie è un reduce del D-Day, dove ha servito come marinaio dei mezzi da sbarco e, dopo settant’anni, sente l’urgenza di ritornare sui luoghi della guerra e della sua memoria, si intuisce per lunghi anni rimossa. René, amica, amante e complice da una vita, gli copre le spalle, depistando infermiere e dottori inquieti, mentre lui fugge dalla casa di cura, raggiunge la Francia e, con l’aiuto di un altro simpatico vecchietto, coadiuvante necessario in una fabula che non conosce antagonisti se non la laida vecchiaia che incombe – porta a termine la sua missione: visitare dopo 70 anni la tomba di un soldato della cui morte, il primo giorno dello sbarco, si sentiva, in parte, responsabile. Il film procede con un montaggio alternato che giustappone la vita sempre più contratta, ma serena di una René morente nella casa per anziani, alle vicissitudini di Bernie in terra di Francia, a frammenti di ricordi lontani: lo sbocciare dell’amore fra il giovani Bernie e René (se Dio vuole la regia c’ha risparmiato la ricreazione di due cloni dei vetusti protagonisti con l’ausilio dell’intelligenza artificiale) fresco e sincero come un aurora sul mare (un refrain un po’ insistito nelle immagini evocate dalla regia) e l’orrore della guerra e si avvale della consumata bravura di Caine e Jackson, per nulla impacciati a mettere in mostra il lavorio degli anni sui loro volti, sempre intensi ed espressivi. Visto che è tratto da una storia vera, lo sviluppo del plot è piuttosto banale e prevedibile, né la regia mostra particolari colpi d’ala per uscire dall’alveo di pacata malinconia e tranquilla accettazione che costituisce lo sfondo della vicenda. Personalmente, più che la poesia di un amore che non muore , ho apprezzato i primi piani su Caine, il volto sperduto, con l’inquadratura che sfuoca lo sfondo per fare emergere la solitudine e la tristezza del personaggio; più che il travaglio di una coscienza che fa i conti con il suo passato, mi è sembrato toccante il moto di ribellione, l’unico, di Bernie, che una volta tornato a casa, si rammarica d’essere stato al gioco della spettacolarizzazione mediatica della sua avventura, quasi avesse voluto sfuggire con una finzione rutilante e posticcia ad un destino segnato. Ma sono solo accenni. La storia torna nel suo corso con Bernie che accompagna René in carrozzella sul lungo mare (probabilmente pedinati dagli infermieri che temono nuove fughe) scherzando sui ricordi del passato e sabotando le bici di ciclisti, giovinastri e sfrontati che infestano la passeggiata. Il tutto gradevole e rasserenante. Ecco, diciamo che preferisco un altro approccio al problema. Sarei più dalle parti di Dylan Thomas:
“Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light”
