Omicidio nel West End

Gioca bene le sue carte nelle prime mani il regista Tom George. Costruisce una ambientazione accurata con un profluvio di Sunbeam, Bristol, e goffe Austin A30 Baby che sferragliano per le strade di una Londra da secondo dopoguerra, portandoci poi dietro le quinte di un teatro del West End dove si stanno festeggiando le prime 100 repliche di Mousetrap di Agatha Christie (e già qualcuno comincia ad essere impaziente per la fine delle rappresentazioni, non sapendo che dovrà aspettare come minimo altri 68 anni). Rispolvera alcuni cliché buoni per ogni occasione, come la contrapposizione fra il regista yankee, sfacciato, sciupafemmine e simpatico ubriacone (Adrien Brody, molto a suo agio nella parte) e l’attore impeccabile, compassato, ma morbosamente geloso inglese (Harris Dickinson, decisamente più rigido, ma ci può stare). Ricicla anche un espediente di sicuro effetto (Il viale del tramonto, American Beauty, I soliti sospetti) inaugurando la narrazione con la voce fuoricampo dell’assassinato che ci introduce in medias res (accade tutto nei primi 5 minuti quindi non svelo nulla di particolare e comunque, da adesso in poi, mi taccio sulla trama del film). Fa l’occhiolino ad un estetica alla Wes Anderson portando in primo piano l’artificio e la finzione, ma senza eccessi ideologici, con leggerezza discreta. Azzecca soprattutto una riuscita strana coppia di estremi che si attraggono respingendosi, e viceversa, (cfr. Stefano Brugnolo, Strane coppie, Il Mulino) con l’ispettore Stoppard (Sam Rockwell) e l’agente Stalker (Saoirse Ronan), lui  disincantato e indolente, lei entusiasta e precipitosa. Anche se è tutto già visto (ma c’è un gusto pure in questa rassicurante ripetizione), la raffazzonata indagine sull’assassinio condotta dall’improbabile duetto produce quel campionario di buffi tormentoni, equivoci surreali, reciproci intralci, bislacchi grovigli su cui si regge piacevolmente la commedia nella prima parte del film. Poi però non si può andare avanti solo di gag e bisogna tirare le fila del discorso e la sceneggiatura di Mark Chappell fa il passo più lungo della gamba, ispirandosi probabilmente a Tom Stoppard (Shakespeare in Love) a cui il nome dell’ispettore sembra un affettuoso omaggio, intreccia la finzione reale della pièce di Agatha Christie con la realtà fittizia della narrazione diegetica, apparecchiando l’immancabile (e purtroppo interminabile) scena in cui tutti i sospettati sono riuniti in una villa di campagna per la risoluzione finale e il  pastiche, che si vorrebbe raffinato, rischia di ingarbugliarsi in una frusta parodia, anche perché, avendo esplorato tutte le possibili combinazioni, pure il meccanismo della strana coppia comincia a girare a vuoto. Se però non vi formalizzate troppo per le stucchevoli autocitazioni interne che appesantiscono la trama e siete afflitti da Lillibet-nostalgia, l’ambientazione centrata in una Londra primi anni ’50 grigia e uggiosa, ma serenamente ingenua, farà sicuramente per voi.

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