Un peu avant minuit

“Qu’as-tu fait, ô toi que voilà
Pleurant sans cesse,
Dis, qu’as-tu fait, toi que voilà,
De ta jeunesse ?
”
Lo stesso interrogativo di Verlain è quello che insegue Leo per le vie di Parigi lungo tutto il film di Parisier
Leo che un contrattempo trattiene a Parigi. Avrebbe dovuto andare in Italia per la lettura del testamento del padre, mai di fatto conosciuto. Potrebbe tornare a Nancy, dove lavora e vive con una musicista, ma il suo è un rapporto ormai logoro, dove ciascuno dei partner aspetta che l’altro faccia la prima mossa per chiudere. Leo è ormai prossimo ai cinquant’anni, un uomo di un certo fascino con l’allure di un bello del cinema francese come Melvil Poupaud, ma gli anni, come spesso accade, hanno influito sul suo giro vita e lo stanno accompagnando ad una dignitosa calvizie. Leo ha un passato di giornalista, ora insegna come professore a contratto in un’università di provincia, sfruttando la rendita di posizione di una generazione X che è stata appena sfiorata dalla competitività ferina a cui sono abituati i giovani d’oggi. A Parigi Leo ha una figlia da un precedente matrimonio, una giovane arrabbiata, attivista politica in una Francia incendiata dalle agitazioni politiche e sociali, uno spirito ribelle e anticonformista che non sembra aver molto in comune con il padre. La macchina li accompagna con una carrellata a precedere, un movimento che diventerà un po’ una cifra stilistica del film. Leo racconta in poche parole alla figlia la vicenda del nonno, l’amore breve, ma appassionato che l’aveva legato alla madre di Leo. La separazione e poi come la donna aveva saputo crescere da solo il ragazzo in Francia. Ed Emma si infuria (cosa che le deve capitare spesso). Si infuria contro il nonno, ma anche, indirettamente, contro l’ingenuità del padre. Possibile che non capisca che gli uomini si crogiolano in questo romanticismo d’accatto (“Quella donna è stata l’amore della mia vita”) solo per dissimulare, anche a loro stessi, il loro egoismo rapace? Possibile tanta ottusità autoassolutoria?
Niente di particolarmente sconvolgente. Non occorre scomodare il me-too,. Era quanto già Rohmer spiegava con caustica precisione una cinquantina di anni fa, ai tempi de L’amour, l’après-midi (cfr. L’amour, l’après- midi). Ma Leo, al contrario di Parisier, non deve essere un frequentatore del cinema di Rohmer.  E così la passeggiata dell’uomo con la figlia, sarà la soglia che ci introdurrà al girovagare di Leo per Parigi nei giorni successivi: alla ricerca del senso del suo passato, per dare ragione al vuoto del suo presente. Incroci a volte inseguiti, altre volte casuali, promenade , chiacchiere nei caffè , dialoghi fitti oppure spezzati, esplorazioni perplesse di una sorta di novello Candide che, fino a questa fatidica settimana, non deve aver mai brillato nella sua vita per profondità di autoanalisi. Incontri con i suoi vecchi amici, i componenti dell’orda (un nome già abbastanza inquietante), redattori nei primi anni 2000 di una rivista culturale molto cool, molto snob, molto elitaria, molto insignificante. Tutti sono, in un modo o nell’altro, accomunati nel presente dalla fuga dalle responsabilità. C’è chi, è il caso di Gustave (lo stesso Nicolas Parisier in un cammeo molto gustoso) si è rifugiato nell’integralismo religioso chassidico, ma discetta sull’amore con lo stesso cinismo acido dell’ateo Schopenhauer. C’è chi, non accorgendosi che i tempi sono un po’ cambiati, è sotto processo per abusi e molestie sessuali a ripetizione. C’è chi, infine, come François, ha sfondato nel mondo dei media, ma si ottunde di lavoro producendo, per sfruttare l’onda vintage dei primi anni 2000, una serie proprio sulla vecchia rivista a cui aveva lavorato anche Leo. Una sorta di auto-rispecchiamento narcisistico, più che una elaborazione consapevole del proprio passato. Al contrario le donne che Leo incontra, sue vecchie fiamme, sue nuove amiche, sono disinvolte, schiette, impietose, a volte sinceramente stupite dalla dabbenaggine dell’uomo. In alcune occasioni un po’ didattiche. È il caso di Eléonore (Léonie Simaga), la moglie annoiata di un vecchio amico di Leo, che gli spiega con didascalica insofferenza come le sue storielle “innocenti” con le giovani stagiste di quando era un giornalista di belle speranze ai tempi della rivista branché, erano bel oltre il confine della predazione sessuale. Poi Eléonore ci finisce anche a letto con Leo, un po’ per uggia, un po’ per curiosità. Un sesso prostrato, meccanico, privo di passione, che ben si adatta allo smarrimento stordito dell’uomo. Va un po’ meglio l’incontro con Armelle (Anaïs Demoustier, che dal precedente film di Parisier, dove era spin doctor del sindaco Luchini, ha fatto carriera diventando una parlamentare in vista del partito socialista, la “sinistra deludente” come la stessa Armelle la definisce con bonaria autoironia). La giovane, una delle famose stagiste del gruppo, è affettuosa, quasi materna con lo sperduto Leo in cerca di assoluzione, ma sbrigativa: “Al tempo la nostra relazione sembrava normale, oggi probabilmente non lo è”. Parisier è bravo a mantenere sospesa l’atmosfera del film, giocando sul contrasto fra l’irresolutezza di Leo, paralizzato nei suoi ripensamenti, e la situazione esplosiva di una Francia sull’orlo della guerra civile, con il Presidente pronto a ricorrere all’articolo 16 per ottenere poteri straordinari, così come riesce a mantenere sospeso anche il processo di identificazione con il protagonista, di cui si può comprendere l’inquietudine, il cui essere intempestivo, sempre fuori posto può anche fare simpatia o addirittura tenerezza (quella che probabilmente Leo cerca di suscitare nelle donne). Ma infastidisce l’inazione programmatica, la passività un po’ dandy, la malinconica autocommiserazione. “Smettila di guardarmi con quell’aria da cucciolo bastonato” lo sferza esasperata la donna della sua vita. Sì perché il vagabondare di Leo converge verso un centro e precipita lì dove si condensa la sua memoria: la grande occasione perduta, l’amore vagheggiato, l’inarrivabile Tina, la musa dell’Orda. L’incontro con la donna è il momento più toccante ed assieme ironico del film, la demitizzazione finale delle illusioni di Leo, il definitivo infrangersi della sua edulcorata immagine del passato. La donna, che la stupenda Golshifteh Farahani interpreta riuscendo a velare la sua bellezza di stanchezza e disincanto, non ne può più di maschi in crisi di identità e in cerca di conforto e si addormenta davanti alle lacrime di Leo. Non il  “pleurer sans cesse”, verlaininano, ma una lacrima furtiva, mesta e trattenuta, come il personaggio.  E il film si sarebbe dovuto chiudere qui. La coda italiana con Chiara Mastroianni è pleonastica. Dilata inutilmente una storia esile che trova invece il suo charme nell’errare irrisolto per Parigi del suo protagonista, quasi come in un romanzo di Modiano, anche se questo stesso mood potrebbe risultare per alcuni molesto. Il lavoro di Parisier può essere amato o odiato esattamente per le medesime ragioni: il conversare inesausto può essere avvertito come una verbosità petulante, l’introversione intimista scambiata per assorta contemplazione del proprio ombelico, la delicatezza del tratto per stucchevole cliché. Un piccolo apologo, delicato ed ironico, sul tempo che fugge o il solito film francese logorroico e inconsistente, di fiacca scolastica rohmeriana. Il vostro umile recensore, pur non negando un po’ di compiaciuta maniera, propende con moderazione per il primo corno del dilemma: una fenomenologia fra il malinconico e il divertito dei dubbi, delle incertezze, delle fragilità di una mascolinità accidiosa che cerca di fare i conti con se stessa con una sincerità dubbia, forse ancora un po’ troppo auto-indulgente, raccontata con garbo e tocco leggero, seppur senza il rigore e la raffinatezza austera del vecchio maestro dei Cahiers du Cinema. Un tema in verità superfluo, come lo stesso Parisier, mettendo le mani avanti, quasi suggerisce, contrapponendo le peregrinazioni inconcludenti di Leo ai bagliori della guerra civile. Superfluo, come del resto il suo protagonista.

 

 

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