Devo dire che avendo avuto una mamma che cercava di ottenere lo sconto anche ai grandi magazzini, mi sono molto immedesimato nell’imbarazzo di Abel quando sua madre in auto canta a squarciagola una hit anni ’80, sparata a palla dall’autoradio, inseguendo il suo promesso sposo, delinquente carcerato, chiuso in un furgone blindato della polizia penitenziaria. Abel (un po’ il Michele Apicella di Moretti per Louis Garrel) è un giovane vedovo che vive un rapporto complicato con la madre, un complesso edipico rimosso a stento, traslato in un’ansia protettiva nei confronti della genitrice. Anche giustificata, per carità, visto che Silvye, la madre del ragazzo (una bella e bravissima Anouk Grinberg), un attrice non più giovanissima che tiene laboratori teatrali in carcere, si innamora spesso perdutamente, con passione generosa e un po’ avventata, dei suoi studenti, con conseguenze che il film ci lascia intuire non certo confortanti. L’ultimo, Michel, è un ribaldo Roschid Zem, baffi all’Emiliano Zapata, fascino da vendere da Jean Gabin magrebino, perfettamente tagliato per la parte di simpatica canaglia sulla via di un’improbabile redenzione. Il fatto è che Michel è anche il miglior attore della compagnia teatrale di Sylvie, un talento naturale per la finzione e questo non rassicura certo Abel che, perso nelle sue paranoie, stende attorno alla madre una fitta rete di controllo con l’aiuto divertito e non del tutto disinteressato di Clémence (Noémie Merlant, stupenda e con una vis comica inaspettata per un’attrice fino adesso apprezzata in ruoli drammatici). Lei è una cara amica della moglie scomparsa e viene ingaggiata per i maldestri pedinamenti con cui Abel cerca di smascherare gli intenti truffaldini di Michel che, dopo aver sposato Sylvie, ha aperto con la donna un negozio di fiori.
Louis Garrel, complice anche il padre, regista dei suoi primi film, si era cucito addosso una fastidiosa maschera da bel tenebroso, lacerato e sofferto, che in questo film si diverte con molta autoironia a smontare in una allegro girotondo di situazioni assieme bizzarre, ma anche, perché no, a volte commoventi, dove assieme allo scambio di ruoli (il figlio che diventa genitore apprensivo della madre, scapestrata come un’adolescente al primo amore) si mescolano i generi, dalla screwball commedy al film di rapina, dal thriller al sentimentale. Garrel scopre qui una nuova levità: senza mai prendersi troppo sul serio, dimostra una notevole padronanza nel controllo della messa in scena, concedendosi citazioni da Brian de Palma – l’uso, ad esempio, dello screen split – a Tarantino e procede con un’allure divertita e molto complice nei confronti dei suoi personaggi, sospesa fra un Lelouch e un Truffaut d’annata. Lo aiuta una sceneggiatura molto ben scritta dallo stesso Garrel e dal romanziere Tanguy Viel, che funziona come un meccanismo ad incastri, perfettamente oliato, brillante nei suoi dialoghi vivaci e nella tessitura dell’intreccio. Innocente, o presunto innocente, è il furfante Zem, ma anche Abel nel suo goffo amore protettivo per la madre e nel altrettanto impacciato e inconsapevole sentimento per Clémance, ma innocente, nel senso di fresco e scanzonato, è anche il mood di fondo di questo film, dove però la leggerezza non è certo un sinonimo di superficialità. Fra un sorriso e una malinconica ripresa dei tetti di Lione, nella luce dai riflessi bluastri e freddi di un tramonto invernale, si può anche riflettere sul difficile rapporto, che complica la vita di ognuno di noi, tra l’ansia di sicurezza e la necessità di prendersi dei rischi. Soprattutto in amore. O sulla difficoltà di esternare e ancora prima decifrare i nostri sentimenti. In una serie di esilaranti, eppure anche toccanti sequenze centrali, che ricordano in modo trasversale, ma sicuramente mirato il grandissimo Bullets over Broadway di Woody Allen, Garrel gioca sul discrimine, a volte impercettibile, che esiste fra il recitare un ruolo per mascherare un inganno, ma anche un sentimento, uno stato d’animo, ovvero per cercare di manifestarlo, senza però pagare il pegno della sincerità. In fin dei conti la finzione che può (sottolineo il valore problematico del modale) mostrare la verità. Quale migliore metafora del cinema?
L’innocente (L’innocent)
Regia: Louis Garrel
Sceneggiatura: Louis Garrel, Tanguy Viel
Fotografia: J.Poupard
Montaggio: Pierre Deschamps
Anno 2022
