La sindrome degli amori passati

L’idea di partenza (una coppia sterile riceve da un luminare l’indicazione di rifare l’amore con i vecchi partner per disinnescare il loro blocco e finalmente procreare il sospirato bebé) è bizzarra, magari qualcuno la può trovare anche simpatica, ma sicuramente sembra più adatta allo sviluppo di una barzelletta che di una sceneggiatura. La vicenda infatti ben presto inizia a zoppicare vistosamente e i due registi (Raphael Balboni e Ann Sirot), pur piazzando qualche siparietto divertente e potendo contare sulla buona alchimia fra i due protagonisti (Nora Hamzawi, e Lazzaro Gousseau), si rifugiano nel giochino prevedibile delle situazioni complementari rovesciate: il coniuge imbranato che diventa seduttore impenitente, la moglie disinibita e libera che si strugge di gelosia, ma, come potete constatare, non ci si emancipa dalla dimensione della storiella amena. Non sapendo bene quindi cosa fare dell’oretta che gli manca per arrivare alla fine, la regia, prendendosi anche troppo sul serio, comincia ad oscillare fra il realismo malinconico di situazioni alla Baumbach e l’immaginario onirico e stralunato di Gondry, ben lontana però dalla profondità psicologica ed umana del primo come dalla stravaganza eccentrica del secondo.
Ne viene fuori un pasticcio, che magari a tratti strappa anche qualche sorriso (come una barzelletta), ma pur sempre un pasticcio.

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