Nessun dolore

Guardando l’ultimo lavoro di Amelio mi era tornato in mente un vecchio, bellissimo film dei fratelli Dardenne: Il ragazzo con la bicicletta. C’è un evidente analogia: un bambino abbandonato entra imperativamente nella vita di una persona come una sollecitazione muta ma inesorabile: in quel film era Samantha/Cecile de France, in quello di Amelio Davide/Alessandro Borghi. Sensibilità diverse: lì – nell’ottica giansenista dei Fratelli Dardenne – era l’appello della Grazia che interroga la nostra fragile libertà imponendoci la responsabilità della scelta, in Amelio, laico e non credente, agisce invece un molto cattolico senso di colpa, che probabilmente qui in Italia si respira nell’aria, autoinquisitorio e depressivo.
Una sequenza molto bella e significativa apre il film di Amelio. Davide è un bouquiniste con il suo banchetto di libri, un passante sembra interessato ad uno di questi. Davide elogia il testo, glielo consiglia spassionatamente, ma l’uomo sembra infastidito dall’insistenza del librario, imbarazzo che si trasforma in sdegno quando Davide si propone di regalarglielo. “Ma come si permette? Per chi mi ha preso?” Risponde stizzito l’uomo che se ne va arrabbiato. Ricevere un dono disinteressato è evidentemente un’umiliazione in una società dove tutte le relazioni si presuppone siano poste su reciproci freddi rapporti di scambio. E chi non entra nel mercato, chi non ha niente da scambiare è invisibile. Non esiste. 
Davide regala libri forse perché non ne vende molti, si intuisce però che è tutt’altro che un poveraccio, grande appartamento soppalcato nel centro di Roma ereditato dai genitori, buona cultura anche se non pare abbia finito gli studi. Davide è irresoluto, introverso, non sembra aver grandi relazioni sociali se non con Elsa, una professoressa un po’ più agée (Valeria Golino) che gli porta mucchi di libri (lei glieli vorrebbe regalare, lui preferisce venderli e fare poi a metà) e che sembra, fra un discorso dotto e una citazione arguta, più interessata ai begli occhi azzurri del libraio che alle schermaglie intellettuali.
Poi lo scarto. Un emigrato disperato con un bimbo (forse il padre, forse qualcuno a cui era stato consegnato il ragazzino) affida in modo imperioso il piccolo a Davide, che si schernisce, allontana i due cercando di liquidarli con pochi spiccioli, ma da quel momento il bambino inizia a seguire l’uomo come un’ombra. Nulla vale offrirgli un pranzo, del denaro, fino a che Davide esasperato – con una fermezza aspra che neppure lui si conosceva – lo scaccia. E accade la tragedia.
Il film, fino a questo punto, essenziale, oggettivo, per nulla indulgente, vira improvvisamente situandosi sul crinale che corre fra il sogno angoscioso e il riscatto morale e assumendo un andamento quasi funereo, sospeso fra colpa e accoglienza, espiazione e redenzione. Sconvolto per la morte del ragazzino di cui si sente responsabile, Davide attraversa la corte dei miracoli dell’immigrazione clandestina romana, alla ricerca del padre del bimbo, in una odissea di degrado e miseria. Accoglie nel suo appartamento una giovane immigrata incinta e si intestardisce per dare un’onesta sepoltura al corpo del povero piccolo, non essendo riuscito ad accoglierlo in vita, spera almeno di riceverlo in morte. Una vicenda che coinvolge anche la bella figura di Michele, responsabile dell’obitorio dell’ospedale, giusto per non uscire dal clima cimiteriale della storia, interpretato con garbo e ironia da Valerio Mastandrea, un buon uomo a cui spetta la battuta migliore del film: “Mi rivolgo a lei perché mi è stato detto che è una brava persona” si presenta Davide. “Calunnie” risponde secco Michele. Poi, alla fine, Davide, anche grazie all’aiuto disinteressato di Michele, riesce nel suo intento, un beau geste, nulla da dire, ma che ribadisce l’impotenza dell’uomo: occuparsi dei morti piuttosto che dei vivi. Davide è impotente anche davanti a quello che succede nella sua casa in una progressione che, voglio sperare al di là delle intenzioni di Amelio, corrisponde però al peggiore degli incubi vannacciani. Tornando dal lavoro, Davide trova in casa, prima la famiglia della ragazza, poi via, via legioni di immigrati che si insediano nella sua abitazione ben presto trasformata in una comune africana davanti agli sguardi allibiti e livorosi dei buoni borghesi condomini e costringendo così l’uomo a rifugiarsi nel suo negozio di bouquiniste. Ora, capisco le intenzioni di Amelio di contrapporre all’esistenza esangue dell’uomo, ritirata e solitaria, il vitale, caotico, colorato mondo di ragazzi, uomini, donne, bambini e vecchie che popolano rumorosamente e avvolgono di aromi di cibo e musiche etniche la tetra abitazione di Davide, quasi un mausoleo foderato libri. Libri che nessuno compera, libri che per altro l’uomo confessa di non leggere, così come semideserte sono le lezioni di Elsa all’università, con i pochi studenti distratti e immancabilmente attaccati al cellulare, e anche l’amplesso furtivo fra i due, chiusi dento la bancarella ambulante in un giorno di pioggia, tutto comunica fuorché gioia. Va bene, siamo in un mondo che si sta spegnendo, schiacciato dalla sua indifferenza e dalle sue colpe. Va bene, Amelio mette le mani avanti ponendo ad esergo del suo film la frase sibillina: “La storia che vi raccontiamo non è ancora realmente accaduta” dove l’accento è con evidenza calcato su quel’ “ancora”. Va bene tutto, ma la deriva che prende il film di Amelio, fatta la tara sulla dimensione onirico/surreale, rischia veramente di superare il confine del grottesco dietro cui si affaccia la caricatura. Scelta che sarebbe stata legittima, c’è un piccolo filone di film francesi di facile satira sul tema da Le Grande Partage di Alexandra Leclère del 2015 a À bras ouverts di Philippe de Chauveron, ma non è certo questo il film che voleva girare Amelio.  Senza contare che la sceneggiatura non rinuncia a ingenui cliché che tolgono complessità alla sua narrazione come quando Davide, uscito di galera per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e trovandosi davanti alla casa devastata e saccheggiata, nega recisamente che possano essere stati i suoi ospiti. “Tutte brave persone” ribadisce, senza grandi prove a sostegno. Nessuno lo nega, per carità, Ma che bisogno c’era di affermarlo coram populo? C’era paura che il messaggio sulla distinzione fra chi sono i buoni e chi i cattivi risultasse non troppo chiaro e forte?
A trent’anni da Lamerica, Amelio torna con coraggio e onestà sui temi dell’immigrazione con un film sincero, sicuramente non perfetto, ma che farà pensare, un film che però sembra prigioniero di ciò che l’opera stessa denuncia. Un film ripiegato su se stesso, come il suo protagonista, un film che parla di noi, del nostro disagio, della nostra impotenza, anche della nostra vigliaccheria, ma che, proprio per questo, riduce l’altro a funzione narrativa, a stereotipo (anche positivo, non importa), nella migliore delle ipotesi, a sguardo muto. Lo sguardo della nostra coscienza colpevole, però, più che quello di un’altra persona, concreta e reale.

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