Documentario molto tradizionale. Più personaggi intervistati che parlano in macchina, intervallati con filmati d’archivio per ricostruire l’ irresistibile ascesa di Benjamin Netanyahu, leader politico dominante in Israele in questi ultimi 30 anni e le inchieste giudiziarie per corruzione, frode, e abuso d’ufficio istruite a suo carico. L’indagine è in corso dal 2016, le accuse sono per lo più note, come è noto il tentativo reiterato di Netanyahu di insabbiare i provvedimenti, rinviarli, farli decadere prendendo a pretesto le condizioni di guerra perenne in cui ha fatto precipitare il paese. L’interesse straordinario del documentario non sta tanto qui, quanto nelle riprese – trafugate clandestinamente fuori da Israele – degli interrogatori svolti dalla polizia nel corso dell’inchiesta a Netanyahu, ai componenti della sua famiglia, agli uomini d’affari legati a lui da un sottobosco di favori reciproci. E in situazioni non pubbliche, non in un comizio o in una seduta parlamentare, appare in modo ancora più sfacciato l’arroganza, la sfrontatezza, la boria insopportabile di Netanyahu. Una vera indignazione per lesa maestà: la palese supponenza insofferente di chi si considera al di sopra della legge. Spudoratezza che appare in modo ancora più manifesto, offensivo e ingiustificato, visto che non ricoprono nessun incarico istituzionale, nella moglie e nel figlio dell’uomo politico, due veri mostri inquietanti. Ma questo atteggiamento sprezzante, fa notare il film, è solo un lato della medaglia. Dietro la facciata si nasconde la consapevolezza, da parte di Netanyahu, della fragilità della propria posizione giudiziaria, stretta da prove e testimonianze sempre più concrete e circostanziate, e il timore di vedere concludersi dietro le sbarre una carriera politica lunga trent’anni. Una paura che, secondo gli autori del documentario, avrebbe pesato in modo decisivo sulle scelte sciagurate del premier israeliano dal 7 ottobre a oggi.
Tutto vero. Solo che, proprio pensando a questo, la sproporzione fra le responsabilità avute da Netanyahu nelle in immani tragedie di questi ultimi tre anni – non ultima, come sta emergendo ora con sempre maggiore evidenza, la colpevole sottovalutazione dei segnali sull’attacco di Hamas il 7 ottobre – e le questioni meschine di regali di lusso, champagne, sigari, bracciali di oro e diamanti con cui Bibi rischia di essere incastrato, risulta quasi offensiva. Si potrà mai vedere una corte israeliana processare Netanyahu non semplicemente per piccoli miserabili illeciti, ma per crimini contro il suo paese, contro la pace, contro l’umanità?
