Burn Burn Burn

Seph e Alex sono due amiche che vagano per l’Inghilterra seguendo le indicazioni del fantasma digitale di un loro amico di cui devono disperdere le ceneri contenute in un tupperware. In tema di spettri, Seph e Alex sono poi in fuga da loro stesse e dai propri personali fantasmi: nell’immediato i rispettivi partner. Alex dalla sua compagna, che la ragazza ha scoperto con la testa affondata fra le gambe di un’amante occasionale; Seph dal suo fidanzato perfetto, educato, gentile, amorevole e mortalmente boring. Ma – non è difficile intuirlo – la crisi parte da più lontano e riguarda, per le due ragazze nella complicata terra di nessuno fra una giovinezza più o meno spensierata di feste, sballi e altre dissipazioni e l’età della ragione, la posticipata decisione di cosa fare da grande. Sentimento di inadeguatezza, angoscia delle responsabilità, malinconia latente e per la integerrima Alex (mentre Seph incarna il côté disinibito e farfallone) qualche scheletro nell’armadio. James, l’amico incenerito del titolo, deus ex machina del viaggio, che appare dallo schermo del computer in un messaggio videoregistrato, sempre più corroso dal tumore che lo sta uccidendo, è tanto cinico, quanto preveggente, anche se la sua petulanza in fondo nasconde – ed è uno dei meriti maggiori della regia farcelo capire – una fottuta paura di morire. James, del resto, conosce fin troppo bene le sue amiche e ne prevede mosse e debolezze indirizzandole, più che verso i luoghi topici della sua esistenza da marchiare con i resti mortali del suo spirito, verso l’incontro con loro stesse.

Bizzarra commistione fra black comedy e coming-of-age, l’on the road di Chanya Button ha un’altra protagonista fondamentale: un Inghilterra livida e anonima di motorway che tagliano indifferenti la campagna inglese, quartieri impersonali, tristi interni piccolo borghesi, discoteche squallide, bagni, che si immaginano maleodoranti, dove si consumano scopate veloci: un paesaggio anti-pittoresco e anti-empatico per deliberata scelta dove il grigio cinereo dei cieli costituisce la nota costante. Chanya Button è sempre attenta a sabotare il crescere verso il climax sentimentale della vicenda con gli inserti di humour noir, ma nello stesso tempo evita di scivolare nel grottesco. I suoi personaggi mantengono sempre una sincerità non affettata, soprattutto quando la regia scava, senza concedere loro sconti, ma assieme con comprensione partecipe, nelle loro ipocrisie, nelle loro debolezze, nelle loro malcelate paure. E quello che alla fine emerge è la loro umanità fragile e perplessa, in cui non risulta arduo riconoscersi.  Per cui si può benevolmente concedere alla regia un finale un po’ facile quando – dopo l’ennesimo infortunio delle due amiche che mancano fra le nebbie scozzese la cima dove disperdere l’ultimo grumetto di ceneri di James – il bigio persistente del cielo si scioglie in un rosa incerto di un pallido tramonto. Non sappiamo se Seph e Alex si sono ritrovate. Quanto meno si sono messe in cammino.

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