June (Helen Mirren) sta morendo. Crollata in casa, è stata ricoverata d’urgenza. Chemio e altre terapie non hanno dato gli esiti sperati. Le due figlie che vivono nella stessa città, Julia (Kate Winslet) e Molly (Andrea Risenbourgh), complementarmente in dissidio, si sono precipitate in ospedale in affanno dove si scontrano con la diagnosi fatale da dei dottori imbarazzati, assaliti da Molly, non si sa se più infuriata per l’impotenza della medicina o per il fastidioso ticchettio della penna biro con cui giochicchia meccanicamente uno dei due malcapitati. Mentre Connor (Johnny Flynn), il figlio introverso e impacciato che vive ancora con i genitori sprofonda in una tristezza impotente e Bernie, il marito di June (un sempre bravissimo Timothy Spall), accoglie tutto ciò che accade con una indifferenza ottusa, le due sorelle avviano, coperte dal corteo di figlioletti più o meno petulanti, grandi manovre per accaparrarsi la cura della moribonda che salomonicamente pensa bene di rimanersene in ospedale per sedare preventivamente i conflitti. L’inizio è concitato, ansioso, ma il dramma è attutito da una vena pacata di lieve umorismo che si prende gioco dei diversi tic dei protagonisti, soprattutto quando entra in scena la terza figlia Helen (Toni Colette) stralunata maestra di pratiche new age che arriva trafelata da Berlino giusto per sentirsi rimprovera dalla madre la scelta del colore della sua mise (obiettivamente Colette in giallo sta malissimo).
Posti sulla scacchiera i pezzi con una certa abilità che sottolinea le faglie di un contrasto che oppone sordamente la prammatica, realizzata, responsabile Julia alla frustrata, risentita, irritabile Molly, il film poteva scegliere se sviluppare questa tensione, facendola interagire con gli altri asti sotterranei che covavano all’interno di una famiglia apparentemente ideale (come la maggior parte delle famiglie) sfociando in un gioco al massacro alla Leigh, oppure ripiegare su una rasserenante ricomposizione, oppure ancora, forse l’opzione migliore, muoversi ambiguamente fra queste due strategie, lasciando la risoluzione il più possibile in sospeso. Winslet sembra seguire proprio questa via, almeno inizialmente, ma poi il richiamo della foresta di un sentimentalismo d’occasione (siamo pure alla Vigilia di Natale, sia nelle vicende diegetiche, sia nell’uscita del film sulla piattaforma Netflix) fa slittare la narrazione sul falso piano dei buoni sentimenti particolarmente ingrassato di melassa. Certo, questione di gusti, mica tutto deve finire per forza in tragedia, per cui si può accettare la regia provvida di June che pilota, deux ex machina, la riconciliazione delle due figlie con il supporto di un angelo nero, l’onnipresente infermiere Angel (capita la sottile allusione del nome o ve la spiego…a proposito, non si fanno mai turni in quell’ospedale modello? C’è sempre e solo lui ad accudire June). Si può accettare, con un po’ più fatica, la confessione reciproca di Julia e Molly che fanno a gara, affondando nel passato più remoto, per riconoscere le proprie colpe e le proprie responsabilità nella contesa feroce che le contrapponeva, realizzando nello spazio di una sequenza di una decina di minuti in una corsia d’ospedale quanto neppure un decennio d’intensivo lavoro terapeutico avrebbe potuto avvicinare. Ma che il marito di June che c’era stato presentato per tutto il film come un troglodita abbruttito, affetto probabilmente da qualche degenerazione cerebrale, unica spiegazione che giustifichi il suo legame con una donna sensibile e intelligente come June, possa rinsavire per una semplice strigliata del figlio risulta del tutto stridente rispetto ai presupposti che la stessa sceneggiatura aveva posto. Certo Timothy Spall è così bravo che riesce quasi a commuovere quando canta June in my mind (e come canta bene!), ma non può comunque rendere credibile l’evoluzione del suo personaggio. È il segnale che il film sta sbracando. Una festa anticipata di Natale, con profusione di angioletti, Giuseppe e la Madonna che partorisce in diretta, asinelli e pastori interpretata dai nipotini di June e coordinata da quella suonata di Helen, dà il colpo di grazia alla nonna che stramazza. Come, del resto, anche il film.
