Dune 2

Non sappiamo bene a cosa corrisponda l’anno 10.196 dG in cui accadono le vicende narrate da Dune, se è corretto un calcolo presente nel libro di Frank Herbert che situa nel 14.225 aG il primo conflitto atomico (presumibilmente la Seconda Guerra mondiale), si dovrebbe parlare di eventi che si svolgono a spanne fra 24.000 anni e suscita uno sconforto rassicurante notare che quel futuro lontano è attraversato da guerre, colonialismo, ribellioni, complotti nell’ombra, fanatismo, conflitti di religione e irrazionalismo diffuso. Ne più ne meno che oggi: ci sapremo adattare bene.

Nel secondo capitolo della saga, Dennis Villeneuve entra nel vivo della trama del testo di Herbert, ma continua a privilegiare, come già nella prima parte del suo racconto, le dimensioni temporali della posticipazione e dell’attesa. Nel primo film era in scena la cospirazione che avrebbe portato allo sterminio della casata Atraides ed assieme il lento manifestarsi in confusi sogni premonitori dell’oscura predestinazione dell’ultimo sopravvissuto di quella stirpe, Paul Atraides, in questa nuova sezione si realizzano quelle predizioni, con il ragazzo che risponde alla chiamata del destino, diventando il leader carismatico di una rivolta che incendierà l’impero, ma in entrambi casi il ritmo imposto da Villeneuve al dipanarsi della narrazione – come si era notato per il primo film, del tutto inusuale per un blockbuster di avventure – evita ogni accelerazione brusca, è trattenuto, si concede indugi e divagazioni, prende il lusso di lentezze silenziose nell’immensità dei deserti di Arrakis con ellissi un po’ spiazzanti che compensano i momenti di concitazione dei combattimenti violenti. Se è possibile si accentua poi il trattamento manicheo dell’immagine: lì la contrapposizione era fra gli interni cupi – luogo delle macchinazioni e delle congiure – e gli accecanti esterni del mare di sabbia di Dune, qui, in modo ancora più esplicito, fra il bianco e nero livido, prosciugato dalle camere agli infrarossi fino a tonalità spettrali del pianeta Giedi Primo degli Arkonnen e le pannellature di colore puro e saturo – i gialli, i bruni, gli arancioni, i rossi, gli azzurri squillanti – dei deserti e dei cieli di Arrakis. La contrapposizione si declina poi ulteriormente nella scelta delle scenografie. Già nella prima parte della saga, il deserto sconfinato rinviava alla promessa di una libertà ardua, ma possibile a cui si aggiunge, nella seconda stazione del lavoro di Villeneuve, neppure troppo stucchevole, nonostante qualche controluce di troppo, l’amore. Antinomici su Giedi Primo gli scenari cupamente totalitari della società degli Arkonnen, raffigurati con potenza espressiva perturbante, che sembrano usciti da un sogno lisergico di Leni Riefensthal, contaminato da incursioni di romanità pop, direttamente tratte dal Gladiatore di Ridley Scott, e dall’astrattismo di mobili macchie di Rorschach sul cielo cianotico del pianeta. Ma se le immagini sono improntate da questa rigida specularità, a livello tematico le cose si complicano. Certo, più malvagi e, concedetemelo, caricaturalmente crudeli degli Arkonnen non si può, ma i confini fra bene e male tendono sempre di più a sfumare: tutti cercano di dominare e manipolare gli altri – nemici, ma anche e soprattutto alleati e amici – e tutti sono contemporaneamente manipolati e ingannati. Miti e credenze suscitate per controllare i popoli danno corpo a fedi fanatiche che travolgono l’ordine costituito, mentre la lotta per la libertà si nutre di dogmatismo integralista. Tutti sono posti di fronte a decisioni cruciali, ma la possibilità di una scelta libera sembra sempre più illusoria. C’è una predilezione di Villeneuve in questo film per riprese dall’alto, da molto lontano, campi infiniti in cui si vedono masse scompaginate e caotiche di combattenti che si scontrano, quasi a sottolineare l’insignificanza degli agenti in campo sballottati da forze superiori e cieche che dirigono gli eventi. L’idea di un destino prefissato, incarnato nell’irresistibile ascesa di Paul Atraides, nuovo messia dei Fremen, non riesce mai a scalzare il sospetto che invece tutto sia il prodotto di una combinazione di contingenze casuali e beffarde. Provvidenza e caos si combinano senza che un aspetto prevalga nettamente sull’altro. Purtroppo, l’ambiguità della narrazione non trova però un corrispettivo efficace nella figura centrale di Paul. È intelligente, anche se un po’ obbligata dall’esigenza di dare più spazio nella narrazione alla vicenda d’amore di Paul e Chani, la scelta della sceneggiatura di accentuare nella bella combattente Fremen, gli aspetti di agguerrito agnosticismo, sprezzantemente critico nei confronti delle superstizioni del suo popolo. In questo modo si può creare una contrapposizione fra Chani e la madre di Paul, sacerdotessa Bene Gesserit impegnata a convincere il figlio ad abbracciare fideisticamente il suo destino di nuovo messia. Paul si dibatte in questo conflitto dai risvolti neppure troppo velatamente edipici, ma, in controtendenza con i tempi dilatati della narrazione, la risoluzione del suo travaglio interiore appare sorprendentemente repentina. Gli basta bere una bella pozione azzurrina e gli si schiariscono subito le idee. Chalamet , fuga dubbi e irresolutezza a cui era riuscito a dare (incredibilmente) corpo nella prima parte del film e assume un piglio risoluto da condottiero che invece non è proprio che gli si confaccia: scompare Amleto ed emerge un nuovo Cesare, certo nelle sue doti carismatiche di condottiero e profeta. Da qui in poi tutto si velocizza, ma lo sviluppo perde un po’ di interesse, e sfuma nel fumettone, come accade per lo scontro decisivo di Paul con il campione degli Arkonnen un cattivissimo Feyd-Rautha (Austin Butler, che dopo C’era una volta Hollywood, anche qui le prende di brutto). Per carità, il tutto ben filmato, con le silhouette scure dei combattenti contro il cielo arancio di Fremen, ma più che evocare l’epicità di un duello omerico si è colti dalla spiacevole impressione di essere dalle parti della scazzottata conclusiva di un episodio di Tex Willer. C’è un po’ l’impressione che Villeneuve abbia voluto risistemare i pezzi in ordine sulla scacchiera, per porre le condizioni per il capitolo finale della saga, lasciando alcuni, ma non troppi interrogativi aperti. Aspettiamo a tirare le conclusioni. Anche perché il vero finale riscatta con un colpo di coda, l’ultima parte, non del tutto convincente, del film. Le ultime sequenze, con i Fremen vincitori che ripetono il rito di incenerire con i lanciafiamme le cataste dei nemici sconfitti, come avevano fatto all’inizio del film i soldati Arkonnen con i corpi degli Atreides, suggeriscono, in modo brutale e freddo, senza nessuna enfasi, l’idea di una circolarità tragica degli eventi, un eterno ritorno di lutti e sofferenze insensate. Si, non avremmo difficoltà ad adattarci all’universo di Dune.

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