Conclave

Veramente non si capiscono le rabbiose critiche di certi ambienti cattolici contro il film Conclave di Edward Berger che, a sentir loro, sarebbe l’esito blasfemo di un pregiudizio anticlericale mentre è, almeno nelle intenzioni, un peana sul ruolo illuminante dello Spirito Santo che attraverso una silenziosa e occulta eterogenesi dei fini dispiega il suo potere salvifico. Ma procediamo con ordine. Il contesto penso sia conosciuto. Morto il pontefice, il cardinale decano cura le procedure per la convocazione del conclave che dovrà eleggere il nuovo papa. Affluiscono a Roma i cardinali da ogni parte del globo e vengono rinchiusi, come da millenaria tradizione, in Vaticano in attesa che la fiammella dello Spirito Santo indirizzi la scelta del nuovo Padre della Chiesa. E nell’ombra si tessono macchinazioni e covano i conflitti fra fazioni contrapposte…

Per prima cosa non si può non notare l’estrema accuratezza, che sfiora la maniera, della regia di Berger, la sua cura minuziosa per l’immagine. Molto lavoro sui contrasti cromatici con pannellature di colori saturi e preponderanza ossessive dei bianchi, grigi, ocra e, ovviamente, rosso cardinale. Poi la predilezione per la macchina fissa che ritrae, spesso da posizione sopraelevata, campi lunghissimi e totali di astratta e metafisica geometria, avvicendati alla spettralità degli ambienti chiusi e alla forza espressiva dei primi piani sui volti dei protagonisti. L’alternanza fra i piani di ripresa giustapposti corrisponde alla contrapposizione fra la soggettività della focalizzazione narrativa, che coincide con il punto di vista del cardinale Lawrence, decano del collegio cardinalizio, dalla cui prospettiva irresoluta e parziale ci viene raccontata la storia, e la misteriosa tenebra che avvolge gli arcani del Conclave. E qui emergono i primi problemi. Che non sono tanto legati all’improbabile ingenuità del pur bravissimo Finnes, dato che è poco credibile che il personaggio al vertice della congregazione cardinalizia, che deve averne viste parecchie per poter assurgere a quel ruolo, caschi dal pero, novello Candide, ad ogni nuova rivelazione dei maneggi orditi dai vertici di Santa Romana Chiesa. La questione è un’altra: una volta stabiliti i presupposti della narrazione, regia e sceneggiatura non sanno decidersi fra lo scavo psicologico-esistenziale nella profonda crisi di coscienza del cardinale Lawrence, in dubbio sulla propria missione e la propria fede, e il thriller d’ambiente. La recitazione di Finnes è perfetta, intensa e dolorosa, per lo più bravi gli altri cardinali che gli fanno da corona, con una menzione particolare, ma non è una novità, per Stanley Tucci. Più problematica la valutazione di Isabella Rossellini, composta e un po’ livorosa madre superiora, troppo visibilmente esibito il suo essere defilato e il suo astio represso, mentre le note veramente dolenti arrivano con Castellito, anche se, a sua difesa, c’è da individuare un concorso di colpa con la regia e il trucco e parrucco. Il cardinale Todesco che interpreta Castellito è il rappresentante della reazione che punta ad azzerare tutto il lento processo di apertura al mondo che ha coinvolto e trasformato la Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II, per farla ripiombare ai tempi cupi della Mirari Vos di Gregorio XVI. Fatta la tara sulle esagerazioni ideologiche, si potrebbe pensare che i modelli di riferimento siano la raffinata eloquenza di Benedetto XVI o la ieraticità di Pio XII. Todesco invece arriva in Vaticano con il mantello cardinalizio svolazzante alla Nosferatu, trama come un boss mafioso, sfoggia i motti di un teatrante d’avanspettacolo e arringa i cardinali esagitato che neanche Trump. Senza contare la funesta pettinatura a riccioli brizzolati che, impomatata dal gel, fa capolino dallo zucchetto cardinalizio. Ma questa caratterizzazione piuttosto grossolana è solo un sintomo di un limite più evidente. Sia Berger che Robert Harris, l’autore del romanzo da cui è tratto il film, si saranno sicuramente documentati in modo dettagliato sulle procedure e i meccanismi di svolgimento di un conclave, ma probabilmente non hanno mai frequentato un’ora di dottrina cristiana in un oratorio e quindi non hanno potuto fare esperienza, della dissimulazione onesta, dell’affabilità a volti dai tratti un po’ untuosi, della carità suadente, della capacità di aggirare e depotenziare i contrasti, ma anche del fascino umile di un atteggiamento affinato da secoli di cultura e vita ecclesiastica, lontano dagli estremi e dagli estremismi, un compromesso, meditato e fatto seconda natura, seppur con sbilanciamenti verso un polo o l’altro dell’opposizione, fra la schietta intransigenza di fra Cristoforo e la farisaica prudenza del padre provinciale. Mancando questo quid, la vicenda di intrighi e lotte di potere raccontata da Berger si dipana in Vaticano, ma avrebbe potuto benissimo essere ambientata nel palazzo Ducale a Venezia, durante le sedute del Maggior Consiglio per le elezioni del Doge, nei recessi del Cremlino e nelle tetre stanze del Politburo in occasione della successione di Stalin o alla corte dei Ming nel XVII secolo. Si aggiunga poi il fatto che, siccome chi è l’assassino (leggi chi sarà il nuovo pontefice) si capisce dopo un quarto d’ora, quando all’orizzonte appare il misterioso e ingenuo cardinale di Kabul, romanzo e sceneggiatura devono inventarsi una serie di colpi di scena, sempre più implausibili, per mantenere viva la tensione. Giusto per non lasciare dubbi sul ruolo dello Spirito Santo, il film inizia con Lawrence incamminato lungo un buio tunnel e finisce con una brezza di vento che spira tra i cardinali al voto decisivo: quello che ne viene fuori è così un pot pourri fra l’elogio del dubbio e della tolleranza e l’ideologia progressista che vuole il nuovo pontefice profeta di una Chiesa universale, aperta, non discriminante, inclusiva, che si ponga  al di là delle opposizioni manichee del “o con noi o contro di noi”. Niente di male, è un punto di vista. Solo che, se da questi presupposti si evince con stringente logica woke che l’opposizione binaria più radicata è quella fra l’uomo e donna, ditemi pure che sono il prodotto di una weltanschauung patriarcale, ma il dramma tracima nella caricatura.

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