Hit Man

L’io è una pluralità di forze di tipo personale, delle quali ora l’una ora l’altra vengono alla ribalta come ego e guardano alle altre come un soggetto guarda a un mondo esterno ricco di influssi e di determinazioni. Il soggetto è ora in un punto, ora nell’altro”. Così Nietzsche.

La citazione per una volta non è a capocchia perché nella prima sequenza del film, proprio Nietzsche è l’oggetto di una lezione (con riferimenti un po’ meno dotti, ma insomma è pur sempre una classe americana) di un professore infervorato che costumisti e truccatori cercano di far apparire, con qualche difficoltà visto che stiamo parlando di Glen Powell, insignificante e dimesso. Gary Johnson insegna filosofia e psicologia (dall’accoppiata improbabile si vede già che siamo negli USA) in una università di New Orleans, vive da solo, è appassionato di bird watching, indossa sandali e sventurati pantaloni in jeans al ginocchio e, se non bastassero questi elementi caratterizzanti, guida una Civic fatto che, a quanto pare, negli States comporta l’immediata attribuzione della patente di sfigato. Ha però due gatti che ha chiamato Es ed Io. Notate che manca qualcosa? Siccome è pure nerd, nel tempo libero, che sembra abbondante vista l’apparente assenza di vita sociale, lavora per il dipartimento di polizia come esperto digitale in operazioni sotto copertura, quando agenti travestiti si fingono killer a pagamento per incastrare sprovveduti che hanno visto troppi thriller e vogliono disfarsi del socio divenuto ingombrante o del coniuge decotto. Tenendo conto che pare che i sicari a pagamento, quei cani sciolti che si trovano nelle pagine gialle per ogni evenienza, siano un’invenzione del cinema, si potrebbe dubitare sulla liceità morale di queste iniziative dove garanti dell’ordine pubblico solleticano e incentivano le tendenze al crimine che covano dentro ognuno di noi, ma Hitman è piuttosto agile e creativo nel maneggiare le tradizionali categorie etiche. La porta che nella storia di Linklater conduce dalla vita ordinaria di Glen allo stra-ordinario è la messa fuori gioco di Jasper, il poliziotto che si fingeva killer in queste operazioni, sospeso per violenze su minori e altre nefandezze, che proietta il professore nel ruolo di finto sicario prezzolato. Se pensate che la cosa non superi il test di sospensione del principio di incredulità, non fate caso al fatto che la vicenda è tratta da una storia vera, è la rapidità incisiva della sceneggiatura e la sua vivacità giocosa a far scivolare via il tutto senza intoppi. Anche perché Gary, non solo si dimostra un attore nato, ma anche si appassiona al ruolo, applicandosi con metodo cartesiano (esattezza di analisi, efficacia della sintesi) allo studio delle prede che cadono nella rete degli adescatori della polizia e costruisce per ciascuno un killer, cucito sull’identikit dell’immaginario distorto del mandante come un vestito sartoriale. Una molteplicità di personalità diverse, che evidentemente urgevano sotto la superficie piatta della vita del tranquillo professore, emergono incalzanti in un carnevale di maschere sempre più estreme e grottesche fino a che l’incontro con Madison, la bella moglie di un marito odioso e violento che dovrebbe diventare oggetto delle cure del finto sicario, porta alla luce, nella nebulosa degli io posticci ed effimeri che si erano disputati la scena nelle operazioni precedenti, una nuova personalità antagonista rispetto al vecchio Gary. Se sempre vogliamo seguire Nietzsche “In ogni essere umano complesso deve esistere una massa di coscienze e volontà, tuttavia la nostra coscienza suprema tiene solitamente chiuse le altre”. Però, come insegna l’esperienza, possono accadere anche sommovimenti e rivoluzioni in questa “costruzione societaria di molte anime” che portano all’emergere di altri io egemonici. Questo è Ron, il killer confezionato su misura per Maddy, tanto cool, vigoroso, seduttivo quanto Gary è anonimo, fiacco, trascurabile. Ok, non andiamo oltre, anche perché il film di Linklater, partito come una commedia demenziale, vira verso il thriller colorandosi di effetti noir e sfociando nella più immorale e brillante screwball comedy degli ultimi tempi che è anche assieme una riflessione non banale sulla precarietà dello statuto della nostra identità personale. E può farlo grazie alla precisione di una  scrittura millimetrica e spiazzante per cui cercate pure di immaginarne lo sviluppo, scegliete, come sempre si fa in questi casi, il meno prevedibile per sorprendere l’intento della sceneggiatura, ripensateci e valutate che, proprio perché è il meno intuitivo, forse è quello più scontato e quindi incamminatevi per la via opposta decidendovi per l’opzione “la lettera nascosta” di Poe, beh, state sicuri che Linklater e Powell, sceneggiatori del film, sono comunque da un’altra parte, come il soggetto di cui parlava Nietzsche. Ci sono poi attori in stato di grazia, ottime le seconde file (Retta e Sanjay Rao, agenti colleghi di Gary) mentre l’energia erotica che sprigiona l’incontro fra Glenn Powell (Gary/Ron) e Madison (Adria Arjona bella come Ana de Armas, ma più ambigua e sfuggente e, se è possibile, più sexy) sembra prodotta da una conflagrazione alchemica degna di Paracelso e fa venire in mente alcune coppie, diciamo “ben assortite”, del cinema di questi ultimi anni, tipo Kathleen Turner e William Hurt in Brivido Caldo, Geroge Clooney e Jennifer Lopez, in Out of Sight  o Ryan Gosling e Eva Mendez in Come un tuono, solo che, nonostante la bravura e la simpatia di Glenn e Adria, è Austin Amelio, nella parte di Jasper, a rubare la scena ogni volta che appare sullo schermo: una sorta di Rick du Fer scavato dalla perfidia: infido, insinuatore, roso dall’invidia e dalla malevolenza, un concentrato dei villain shakespeariani la cui grandezza nel male è però ironicamente depotenziata da una meschinità inetta. E poi c’è il grande mestiere di regia di Linklater, il modo in cui filma, ora languidamente avvolgente, ora con un ritmo sincopato i molti dialoghi di cui è punteggiata la pellicola, ponendo in primo piano il punto di vista della macchina da presa oppure facendolo scomparire nella fluidità delle riprese e nella velocità alla Billy Wilder del botta e risposta. Come appare e scompare in un gioco di riflessi la personalità del protagonista del film (Gary, Ron, Gary), impegnato oppure invischiato (la sceneggiatura lascia allo spettatore un margine di interpretazione) in una divertita eppur rischiosa decostruzione/ricostruzione di sé.

Se poi si vuole andare un po’ più a fondo (e si ha tempo da perdere) ci sarebbero alcune indicazioni di lettura e un punto di domanda. Il film di Linklater è, in modo ludicamente velato, suddiviso in capitoletti introdotti e implicitamente titolati da delle sequenze decontestualizzate sulle lezioni del professore, mentre casuali riprese di incroci di vie di New Orleans illuminano, non senza una dose di sarcastica ambiguità, gli interrogativi etici affrontati dalla sceneggiatura. Il primo snodo è tra le vie antitetiche della legge e del desiderio, e parrebbe indicare il dilemma (decisamente poco amletico vista la rapidità della scelta conclusiva) in cui cade Gary, però potrebbe anche evocare, con un occhio ad Almodóvar, la legge inflessibile del desiderio, strada maestra che, dalle brame omicide dei criminali abortiti incastrati da Gary, porta al movente principe delle azioni dei protagonisti. L’altra biforcazione, fra pleasure e pity è, una volta arrivati alle battute conclusive del film, ancora più smaccata e la sua risoluzione sottolinea la natura allegramente immoralista del racconto di Linklater, ma proprio per questo potrebbe essere letta nell’espressione idiomatica che è un vero peccato non abbandonarsi al piacere. Più sottile è invece la relazione fra le spiegazioni appassionate del professor Johnson e le sezioni seguenti dello sviluppo della vicenda. In alcuni casi il legame di montaggio è chiaramente antifrastico, come quando l’esaltazione nietzschiana di una vita spericolata, “dispiegate le vele verso mari sconosciuti”, approda nella routine di una colazione con i cornflakes in casa Johnson o il travaglio della lotta perenne fra es è super-io che lacera il povero io, servitore di due padroni, sfuma negli amplessi sfrenati e decisamente poco professionali dello sbirro Gary, nelle vesti del killer Ron, e la bollente Madison, con Io ed Es spudoratamente complici per chiudere in soffitta il Super-Io e massimizzare il piacere, ma anche, alla faccia del principio di realtà, i rischi. Più problematici e provocatori altri incipit come quando Gary si rivolge ai suoi allievi domandando loro (ma anche a noi indirettamente) se siamo veramente convinti di conoscere il nostro vero io. Interrogativo a cui segue la processione inquietante di personalità anarchiche che scaturiscono da quel fondo, evidentemente piuttosto affollato, che dovrebbe essere l’essenza univoca dell’ego di Gary. Il penultimo siparietto anticipa, con un finto tribunale di studenti che dovrebbero impersonare dei cavernicoli che difendono la loro comunità dagli abusi di un malvagio, l’esito inaspettato dell’intrigo, ma è sull’ultima stazione che vorrei concentrare la vostra attenzione perché proprio a chiusura della vicenda sullo sfondo della parabola nietzschiana a cui abbiamo fin qui assistito, fa capolino inatteso quel diavolo di un Cartesio. Il prof. Johnson, a fine corso, saluta i suoi studenti con un pippone decostruzionista, facendosi beffe del suo vecchio io platonico-cartesiano-kantiano (sic) e invitandoli ad un’esperienza aperta e fluida, nella convinzione che nulla è predeterminato e precostituito, tutto può mutare e ciascuno di noi è libero di scegliere, fra le molteplici possibilità offerte dalle situazioni in cui è gettato, quella che ritiene più consona al suo io. “Sii chi vuoi essere!” Sembra un inno alla creatività libera e disinibita, alla differenza disancorata solo che… fermiamoci un attimo. Chi sceglie? Ok, ci sono tante maschere, il killer azzimato, quello tatuato e volgare, e poi l’affascinante e determinato Ron, ma chi decide che maschera indossare? Chi ritiene che fra i tanti personaggi uno particolare possa corrispondere meglio a colui che decide? E corrispondere a cosa? A ciò che sotto, sotto, nella caverna della coscienza permane da sempre identico a sé? Sotto il brulicare molteplice di frammenti sparsi e caotici, alla faccia dei principi decostruzionisti, spunta di nuovo quella cosa impalpabile, ma stabile e certa, che è stata chiamata con tanti nomi: anima, res cogitans, io profondo, coscienza ma che, in ultima analisi e con buona approssimazione coincide con una supposta identità personale. Il solito trucchetto tautologico: penso, quindi sono! Cosa sono: io che penso. Ma forse il prof. Gary, un po’ troppo preso dall’entusiasmo, avrebbe dovuto rileggere il suo caro Nietzsche: “Un pensiero viene quando è ‘lui’ a volerlo e non quando ‘io’ lo voglio, si dovrebbe così dire ‘esso pensa’: ma che questo ‘esso’ sia proprio quel famoso vecchio ‘io’ è, per dirlo in maniera blanda, soltanto una supposizione … ed infine, già con questo ‘esso pensa’ si è fatto anche troppo; già questo ‘esso’ contiene una interpretazione del processo e non rientra nel processo stesso”. Ed infatti, fino a quel momento, il film sembrava averci raccontato una storia diversa (sta a voi giudicare se più o meno credibile). Chiediamoci: è Gary che decide di diventare sé stesso, cioè Ron? Nella migliore delle ipotesi è una interpretazione di comodo, molto banalizzante: sono le coincidenze e le situazioni in cui colui che per semplicità chiamiamo Gary è calato che lo portano a compiere certe scelte, a indossare determinate maschere e giocare diversi ruoli, le situazioni che interagiscono con la spinta anonima e bruciante del desiderio che viene successivamente razionalizzato e incanalato per poter realizzarsi con più efficacia e pienezza. Ma allora la parola finale è che non c’è più nulla di saldo e sicuro è tutto si riduce ad un gioco di apparenze e fuochi fatui? Forse no, agli orfani dell’identità personale Linklater, non so quanto consapevolmente, offre una ciambella di salvataggio. Dopo i fuochi d’artificio di un doppio finale strepitoso e spaesante, la sceneggiatura propone una coda che sembra riprodurre le ultime tre righe di Orgoglio e Pregiudizio (Gary/Ron e Madison si sposano, vivono felici e hanno dei bei bambini) appiccicata lì per mere esigenze di produzione: un contro finale banale e rassicurante per scacciare il senso sottile di disagio che può aver provocato il vero finale. Eppure, c’è un senso più profondo. La marmocchietta primogenita della coppia chiede candida a mamma e papà come si fossero conosciuti, suscitando un iniziale visibile imbarazzo nei giovani sposi. Che però, superato l’impaccio, cominciano a raccontare una storia, una storia fatta di mezze verità, palesi menzogne, reticenze, abbellimenti, semplificazioni e ammiccamenti, sottintesi e lapalissiane evidenze. E così, se vogliamo proprio andare in cerca di chi siamo, noi siamo questo: quello che raccontiamo di noi e ci raccontiamo in un discorso che si aggiorna giorno per giorno e si adatta all’uditorio, che interagisce con gli altri racconti, che cerca di spiegare agli altri, e attraverso gli altri a noi stessi, un percorso sempre in fieri. Un racconto che mescola assieme verità profonde e necessarie menzogne. Un po’ come fa il cinema.

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