Ripresa dal basso di due gambe affusolate fasciate da pantaloni leopardati – poi sotto, verremo a sapere, c’è tutta la biancheria coordinata- che associati agli anfibi sembrano usciti da una mise di Warrior Women di Spain Rodriguez, mito dei fumetti dell’underground a cavallo fra gli anni ’60 e ’70. Quando poi si scopre il volto affascinante della donna che guarda verso il basso, vediamo una sorta di Louise Brooks, diva del cinema muto, stesso caschetto di capelli nero lucido, stesso sguardo magnetico e sfrontato (è la stupenda Lera Abova, segnatevela). Lasciamole fare quello che deve fare nella sequenza successiva, nel fondo sabbioso di un canyon che sembra uscito dagli scenari desolati di Non è un paese per vecchi dove è sprofondata un auto capovolta, con un cadavere di donna al suo interno, e appuntiamoci questa prima impressione di corto circuito temporale perché sarà – in un noir scombinato alla Chandler – un indizio promettente, non tanto per la risoluzione dell’intrigo – che giungerà per caso e che non è per nulla importante – ma per immergersi nel mood di questo divertissement raffinato (forse un po’ troppo) del pregiato duo Ethan Coen/Tricia Cooke. La donna nell’auto era una cliente (sarebbe meglio dire, avrebbe potuto essere una cliente, perché aveva preso un appuntamento, ma non si era ancora presentata in ufficio) di Honey O’Donahue (bella e altera Margaret Qualley), detective privata dal cinismo disincantato marlowiano d’ordinanza che sembra più impegnata a dissuadere eventuali clienti a richiedere le sue prestazioni che risolvere i casi che le vengono affidati (a ben vedere, almeno durante il film, nessuno). Ha però anche l’onestà e la professionalità sui generis del detective di Chandler da mettersi comunque ad indagare sulla morte della sua “non ancora” cliente, intervistando la famiglia decerebrata e orribile della morta e ficcando il naso in una comunità religiosa di un pastore ugualmente orrido (perfetto Chris Evans) che fra un sermone e l’altro, in cui predica azione, dovere, passione e, soprattutto, sottomissione, si scopa le fedeli e spaccia droga. Honey, sempre con quest’aria scocciata, gira con la sua Chevy Chevelle Covertible del ’72 per una California periferica, piatta e degradata, di store e sordidi baretti, camper trasformati in abitazioni e fast-food, che sembra uscita da un b-moovie hard boiled anni ’70. Il film è ambientato ai giorni nostri, ma Honey non ha il cellulare e usa agende rotanti di post cartacei al posto del computer per archiviare i dati, veste abitini leggeri a fiori o pantaloni a zampa e camicette in seta come Kathrine Ross in The Stepford Wives o Ali MacGraw in The Getway, mentre la bella guerriera leopardata, Cher, che scopriremo affiliata ad una banda di trafficanti francesi, gira per le strade deserte con una Vespa finto vintage. C’è una sorta di indeterminazione temporale che attraversa il film di Coen che si riflette sull’indeterminazione delle vicende. Una serie di trame parallele si intrecciano con sotto-trame che sembrano suggerire svelamenti, ma non portano da nessuna parte, costituendo un tessuto di divagazioni, una sorta di sfondo per le avventure erotiche di Honey sfacciatamente lesbica e anafettiva (salvo che con la sorella e le nipoti, cuore di zia) così come Marlowe era rigorosamente etero e, sotto la scorza burbera, un romanticone; scene di sesso e post coitum riprese con allegro compiacimento e dovizia di particolari (eh finalmente, in un cinema americano mortalmente pudico). Anche perché, il vero tema del film è la guerra dei sessi abbondantemente vinta dalle donne. Tricia Cooke si diverte nella sceneggiatura ad affastellare figure terribili di uomini perdenti, ma, riconosciamolo, nel loro essere pasticcioni, inconcludenti, narcisisti e sostanzialmente sfigati, irresistibilmente simpatici (e questo comporta un buon grado di ambiguità, chapeau!). Abbiamo così il reverendo che, quando fa l’amore more animalium con una sua pecorella (mai definizione più appropriata), pretende che questa tenga fra le mani uno specchio, ufficialmente per vedere il seno della ragazza ballonzolare, di fatto per rimirarsi in tutta la sua potenza virile (e Chris Evans esibendo ad ogni occasione i suoi pettorali scolpiti ha una splendida deriva omofilica) o i suoi tirapiedi maldestri e goffi che accumulano efferati omicidi inutili, più per cialtroneria che crudeltà. C’è poi il ragazzotto MAGA forgotten man – fucile a canne mozze munito – bravo a picchiare le ragazzine che viene mazzolato come un tamburo da Honey e il suo contraltare, l’ispettore di polizia imbranato e incapace, sempre a caccia di un appuntamento con la detective che non si prende nemmeno la briga di rifiutare. Fino ad arrivare ad una delle scene più belle e crudeli del film nel confronto fra Honey e il padre manesco, scomparso nell’infanzia della donna e riapparso vecchio e cadente che elemosina amore filiale con il più squallido dei ricatti affettivi, alludendo ai rimorsi che potrebbero cogliere la figlia dopo la sua morte e ricevendo di rimando la più sferzante fra le sferzanti risposte che il sarcasmo della bella Honey ha disseminato per il film: “Ma sei già morto. Non te l’hanno detto?”.
Liquidati così gli uomini, fuchi improduttivi (è significativo che nella casa della sorella di Honey, popolata di figli, non ci sia l’ombra di un “fattore” maschile), se c’è uno duello finale questo non può avvenire che fra donne in un scontro senza esclusione di colpi in cui emerge con chiarezza una delle matrici del film: da rivedere la rissa fra Asia e Lute in Mudhoney (1965), anche se il vecchio Russ Meyer avrebbe trovato la Qualley e la sua antagonista (Chi? Vi ho già detto tutto, andate a vedere il film e lo scoprirete) troppo piatte per i suoi gusti.
Ok, lasciamo Honey nell’ultima intrigante scena di seduzione, nella frazione di tempo di un rosso al semaforo, che sancisce l’unione che ci si aspettava fin dalle prime scene (ma sarà qualcosa di sbrigativo, nello stile di Honey, poi parte l’aereo) per tirare un po’ le somme. Un film divertente con battute fulminanti e l’estetica sporca e corrosiva di Ethan Coen che già scopre le carte nei fantastici titoli di testa, ma troppo manierato per risultare veramente travolgente (e forse anche interessante).
E a noi uomini rimane l’ultima ridotta, la malinconia disillusa del vecchio Marlowe di cui l’iper-efficiente – in ufficio e a letto – Honey non sa cosa farsene.