Les feuilles mortes

La Finlandia di Kaurismaki è il paese della melanconia. È un paese triste come un tango triste, con i suoi quartieri afflitti, le vie spoglie, i pub squallidi, le stanzette d’albergo desolate, gli appartamenti asfittici. Ed esistenze solitarie e randagie. Non è miseria, ma sconforto, immerso in un’estetica disadorna, da socialismo reale, anche se, per evitare ogni compiacimento nostalgico, da una radio a valvole anni ’60 arrivano spaesanti, in questo tempo senza tempo, le notizie dei bombardamenti e delle devastazioni dell’aggressione russa all’Ucraina (e il popolo finlandese ne sa qualcosa della vicinanza amichevole con la Russia…).

In questo mondo spento Ansa e Holappa sono stati spinti ai margini dalla vita. Sia lui che lei passano da un lavoro precario all’altro, vessati da capi e manager arcigni e ottusi, tutti compresi nella servitù alla logica del profitto. Lei contrappone una resistenza stoica e impassibile ai rovesci della sorte, lui, disilluso e indifferente, si aiuta con la vodka. Casualmente si incontrano, si perdono, si ritrovano e si smarriscono nuovamente in un andirivieni tanto sventurato per non apparire segnato dal destino, in cui si apre però il prodigio dell’amore. Kaurismaki dichiara apertamente la sua passione per il cinema di Bresson, ma il rigore rigido e inflessibile del giansenismo del regista francese è qui stemperato da una tenerezza partecipe per lo scoraggiamento dei suoi personaggi. Sullo sfondo grigio, che vira tra le tonalità fredde dell’acciaio degli spogliatoi delle officine e dei magazzini dei supermarket e quelle torbide dell’interno dei bar fumosi, colpiscono le macchie incongrue di pannellature color pastello e di manifesti cinematografici del Neorealismo e della Nouvelle Vague. Solo piccole tracce, che, come però accade per l’umorismo straniante e involontario in cui incappano i personaggi, creano delle lievi e soavi screpolature nell’orizzonte cupo, quasi impercettibili e vaghe promesse di un altrove. In Kaurismaki l’humour sottile che incrina quella che potrebbe essere la disperazione dominante, non è mai a discapito dei personaggi. Non ridiamo mai di loro, della loro inadeguatezza, delle loro debolezze, anche se è di quello che si parla, al contrario il motto di spirito che scatta imprevisto apre uno spiraglio, ci fa balenare la scintilla che illumina per un attimo la possibilità di un mondo diverso. Così come accade per la premura affettuosa che Kaurismaki testimonia nei confronti dei suoi personaggi, evitando però ogni stucchevole carineria, riuscendo a rimanere in equilibrio precario sul sottile crinale fra sentimentalismo e ironia. Ansa e Holappa si incontrano la prima volta nella penombra di un Karaoke Bar. Mentre l’amico di Holappa tenta un maldestro abbordaggio alla compagna di Ansa, Ansa e Holappa intrecciano timidi un gioco silenzioso di sguardi. Campo e controcampo, l’essenza asciutta del cinema. Sullo sfondo un improvvisato tenore intona, sul mesto palcoscenico del locale, la Serenade di Schubert. Lasciamo perdere che Alma Pöysti e Jussi Vatanene nella parte dei reticenti innamorati sono semplicemente straordinari, se Kaurismaki avesse scelto quello stesso brano come musica extradiegetica di accompagnamento, la scena si sarebbe risolta in uno scontato e banale idillio. Viceversa, non sappiamo deciderci fra il grottesco e il romantico della situazione e nella oscillazione si schiude l’emozione di un coinvolgimento struggente. La musica, i tanghi di Gardel, il pop finlandese, il terribile melò scandinavo, ha un ruolo fondamentale nel film, come controcanto ed assieme antifrastica enfatizzazione dell’amore trattenuto, dilazionato e finalmente vissuto da Ansa e Holappa. Fino alle stralunate Feuilles mortes del finale.  Molti hanno letto nella passeggiata autunnale verso il futuro incerto di Ansa e Holappa, finalmente ricongiunti, l’aprirsi di un orizzonte di speranza. Ora, non so quale sia il testo della versione finlandese, ma l’originale di Prevert non lascia ben sperare: “Mais la vie sépare ceux qui s’aiment, tout doucement, sans faire de bruit”. Forse, ancora una volta, Kaurismaki gioca con l’ironia. Agrodolce. Ciò che ci è concesso, in questo mondo assediato dalla volgarità e dalla violenza, sono istanti rubati (Truffaut avrebbe detto “baci rubati”, ma Kaurismaki è fin troppo pudico). Certo, come diceva Bogart in Casablanca:i problemi di tre persone come noi – nel film di Kaurismaki, in effetti, ci sono due amanti ed un cane randagio – non contano in questa immane tragedia” che è il mondo barbaro che ci circonda. Però possiamo ancora andare al cinema. Ansa e Holoppa scoprono il loro amore andando al cinema e vedendo non Colazione da Tiffany di Blacke Edwards o Atalante di Jean Vigo, perché Holappa, sfiorando la gaffe di Travis in Taxi driver, le propone un improbabile film di zombie di Jarmush. Che però a lei inaspettatamente piace. Miracoli delle affinità elettive. Fuori da quel cinema poi  Holoppa aspetterà a lungo Ansa per ritrovarla alla fine. Chissà, magari ci si può spingere a sostenere che il cinema condivide con l’amore una natura sorprendente e illusoria. Una consolazione che forse è fuoco fatuo, ma che ci può anche offrire l’incanto, nel grigio plumbeo di una cupa Finlandia che assomiglia fin troppo al nostro mondo, dell’incontro, in un interno modesto, brillante di un cromatismo chagalliano, di due innamorati impacciati e silenziosi, contro lo sfondo blu acceso di una finestra che non dà verso nulla.

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