La grande ambizione

C’è una nota dominante nel film di Segre ed è la sua scelta stilistica di operare in “diminuendo”: smorzando, attenuando, non tanto la drammaticità degli eventi trattati, ma l’enfasi del racconto nel tentativo di non cadere nella trappola della retorica (anche se poi c’è sempre il rischio della retorica delle piccole cose…). In vero, una intenzione programmatica un po’ didascalica: lo si comprende bene all’inizio quando, dopo la citazione fondamentale di Gramsci che contrappone la lotta delle piccole ambizioni mosse da pulsioni egoistiche, alla grande ambizione indirizzata al raggiungimento del bene collettivo, vediamo Berlinguer/Elio Germano (bravo, anche se ho trovato un po’ stucchevole il tentativo di riprodurre l’accento sardo) praticare approssimativi esercizi ginnici stile presciistica anni ’70 in salotto. Ma i molti inserti sulla vita privata di Berlinguer non ci devono ingannare. Ci sono due piani che si intrecciano nella pellicola di Segre: la dimensione del biopic si collega all’ambizione storico-politica di ricostruire un passaggio fondamentale della storia italiana dell’ultimo mezzo secolo. Forse il più importante. Quando, davanti alla tragedia del Cile di Allende e alla strategia delle stragi, il PCI di Berlinguer decise di sganciarsi in modo sempre più netto dalla tutela dell’URSS e contemporaneamente di varare la problematica strategia del compromesso storico per giungere al governo del paese in collaborazione con le forze più avanzate e progressiste della grande balena bianca della DC. In questo modo però Segre e i suoi sceneggiatori affrontano una sfida improba, affidando al punto di vista parziale dell’obiettivo cinematografico la ricostruzione di un processo lacerato da intime contraddizioni che necessiterebbe per essere, non dico spiegato, ma anche semplicemente narrato, l’integrazione di punti di vista discordanti. Segre sceglie invece di focalizzarsi solo sulla determinazione gentile di Berlinguer, intimamente convinto delle sue scelte, ma sempre aperto, soprattutto nei rapporti con la base, al confronto, pagando però il prezzo di operare semplificazioni un po’ riduttive e vagamente consolatorie. Dal punto di vista dello sviluppo della vicenda, la scelta, narrativamente comprensibile, ma forse storicamente dubbia, di privilegiare il rapporto umano fra un Moro accogliente e sereno come un maestro zen e Berlinguer ugualmente disponibile e cortese, scarica con una certa facilità (e superficialità) il fallimento del progetto di Berlinguer sulla violenza irrazionale delle BR, non prendendo neppure in considerazione l’ipotesi, non peregrina, che la DC, e lo stesso Moro, avessero deciso di associare il PCI, in posizione subordinata, al governo del paese, dividendo gli oneri, ma non condividendo il controllo della stanza dei bottoni, per svuotarne dall’interno la carica di alternativa sociale e politica, prosciugandone così il consenso per ripetere, in questo modo, l’operazione già compiuta con successo con il PSI negli anni ’60. Il fatto di non accennare neppure problematicamente a questa eventualità, tutt’altro che remota, comporta il rischio di proporre una visione ad una dimensione del grande leader comunista, magari non un santino come è stato impietosamente stigmatizzato da alcuni, ma una ricostruzione che sfuma la complessità, non solo drammatica, ma più apertamente tragica del personaggio e che lascia – verrebbe da dire comodamente, dal punto di vista narrativo – fuori campo la questione dell’amara presa di coscienza, a partire dagli anni ’80, del fallimento del suo progetto politico. Contribuisce a questo esito anche la pacificante presentazione dell’ambiente familiare del politico sardo: il solido e profondo rapporto con la moglie, l’attenzione per l’educazione non solo sentimentale, ma anche politica dei figli, che relega, ad esempio, a poche battute l’incomprensione di Berlinguer, e della dirigenza tutta del PCI, del Movimento del ’77. Non si vuole certo negare che questa ricostruzione sia fedele, né pretendere di evocare sordi scontri generazionali e lacerazioni lì dove regnava un armonia pacata, ma ancora una volta privilegiare quest’angolo di prospettiva, se serve ad approfondire la dimensione umana, intima del personaggio, appiana possibili tensioni, sorvola sulla sfera di potenziali conflitti che in quegli anni dilaniavano le due anime della sinistra e che non erano semplicemente quelli fra il partito e la sovversione brigatista. Insomma, Segre avrebbe potuto anche raccontarci se Berlinguer accolse con olimpico distacco pure l’invito a viaggi psichedelici che gli Indiani Metropolitani della Sapienza indirizzarono al compagno Luciano Lama nel febbraio del ’77 (“Fatti una pera, Luciano fatti una pera” cantato languidamente sulla melodia cubana di Guantanamera). Forse Moretti è ingeneroso – e un po’ pateticamente nostalgico – nel liquidare il film di Segre dicendo che se il regista avesse avuto vent’anni nel ’77 avrebbe odiato il compromesso storico, ma il problema, da un punto di vista cinematografico, più che di ricostruzione storica, è narrativo: alla lunga, che tenuta drammaturgica ha un personaggio di cui si evidenziano soli i lati positivi, umani, dialogici e si sorvola sugli errori, sulla controversia intorno alle decisioni cruciali e soprattutto sulla sua eventuale assunzione di consapevolezza di possibili scelte sbagliate o quanto meno inefficaci? Se così il cuore del discorso di Segre suscita qualche perplessità, più efficace risulta il modo in cui il regista filma lo sfondo su cui si ricostruisce la vicenda umana e politica di Berlinguer. Qui combinando materiali di repertorio con spezzoni di fiction che rinviano ai confronti – sempre garbati e costruttivi, forse un po’ troppo garbati e costruttivi – del leader con la base, Segre riesce ad evocare un sentire comune e un’atmosfera di partecipazione, solidarietà, lotta di cui si era quasi smarrita la memoria. Come era accaduto per Santiago, Italia,  il bel documentario di Moretti sui profughi cileni dopo il colpo di stato di Pinochet, non si tratta tanto di una operazione nostalgia, anche se non si escludono i lacrimoni dei più sensibili (non certo del cuore di pietra del vostro umile recensore), quanto di un vero e proprio effetto di straniamento perturbante che pone il nostro presente meschino di fronte ad uno scomodo interrogativo: come era possibile che fosse esistito un tempo come quello, come è possibile che siamo diventati quello che siamo ora?

Lascia un commento