La bataille de Solférino

Vi è piaciuto Anatomia di una caduta? Correte a ripescare La bataille de Solférino, opera prima di Justine Triet. Laetitia, assediata da due bambine urlanti, tenute a bada a stento dal mellifluo compagno in mutande, cerca di istruire un babysitter un po’ tardo, mentre un montaggio alternato mostra il padre delle bambine che compera, attento a non spendere troppo, in negozi gestiti da cinesi, fiori per l’ex compagna e una decisamente improbabile maschera di drago per le figlie. Non è un giorno qualsiasi, stanno per essere annunciati i risultati delle elezioni presidenziali del 2012 che incoroneranno il socialista Hollande come nuovo presidente della Francia e Laetitia, reporter di una rete televisiva, deve correre in Rue de Solférino, sede del partito socialista a Parigi, per seguire in mezzo alla folla dei simpatizzanti l’esito delle votazioni. Entrambi i genitori sono in torto, Vincent non si è presentato il giorno prestabilito per l’incontro con le figlie e d’altra parte Laetitia pretende di impedire ogni relazione diretta fra il padre e le bambine. Non è difficile intuire che ripicche e ritorsioni fra i due ricadono sulle bimbe, ostaggi di due narcisismi contrapposti, autoreferenziali e immaturi. Concitato, assillante, frenetico il film di Triet è tutto giocato sulla contrazione asfissiante degli spazi. Nell’appartamento piccolo borghese, il disordine, le urla delle bambine, i veloci movimenti di macchina che seguono Laetitia, affannosamente alle prese con la scelta della mise più accattivante per la sua diretta televisiva, danno un senso quasi di soffocamento che viene poi esasperato dalle scene di massa in Rue de Solférino dove si sposta il confronto fra i due, sommersi fra i militanti esaltati che festeggiano la vittoria. Nel mezzo del caos, ripreso dal vivo durante il giorno stesso delle elezioni, si consuma lo scontro senza esclusione di colpi fra Vincent e Laetitia che si contendono le figlie come prede in un subbuglio di sentimenti fra rabbia, sconforto, rancore, smarrimento. La piccola vicenda privata si mescola e confonde così con il grande evento pubblico in un vortice dove nessuno vuole o, peggio ancora, può più comprendere l’altro: così le schiere opposte dei sostenitori dei due candidati, come i due ex amanti in lotta. Triet si esercita, seguendo le peripezie di questa battaglia, a perfezionare quell’approccio freddo, distaccato eppure insinuante e allusivo che segnerà  Anatomie d’une chute ed assieme dimostra una grande abilità nel dirigere gli attori – perfettamente nevrotici Vincent Magagne e Laetitia Dosch nella parte dei contendenti esagitati – ed un senso raffinato del ritmo che la regista sa accelerare fino al parossismo per poi rallentare in un finale apparentemente più trattenuto, ma non certo pacificato e comunque sempre irritante. Non c’è nessuna condiscendenza nello sguardo di Triet, nessuna complicità con i suoi protagonisti, ma neppure nessun giudizio, nessuna valutazione moralistica. Emerge solo, oggettivo, un disagio sordo, un senso di vuoto – intimo e assieme collettivo – rivestito da una carica di dirompente, isterica, sterile energia.

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