Lilian Steiner è un personaggio veramente sgradevole. Psichiatra rigorosamente freudiana, glaciale e anaffettiva, prova un sincero fastidio nei confronti del nipotino, un frugoletto di pochi mesi, e va a trovare il figlio solo per commissionargli delle ordinazioni di vetusti minidisk in internet. Nel suo studio, avvolto nella penombra all’interno del suo elegante appartamento parigino, i suoi assistiti sfogano le proprie angosce davanti alla sua asciutta imperturbabilità, che sembra celare, non troppo velatamente, una noia indifferente. Prova ne è che non ricorda neppure cosa ha detto nell’ultima seduta una sua paziente (e questo francamente, per quanto possa essere cialtrona, è un po’ dura da credere). Il modo in cui la regia fa scorrere brevi inquadrature dei volti dei suoi “clienti” suggerisce, più che il ponderato approfondimento analitico, una catena di montaggio asettica, che ben si adatta alla manifesta insensibilità della donna, per altro facilmente irritabile visto che la parola che ricorre di più nelle prime sequenze è “shit”.
Poi un giorno, mentre sta cercando di contattare Paula, una paziente che ha saltato un paio di appuntamenti, Lilian, non si capisce bene se più interessata alla salute della donna o al mancato pagamento delle parcelle, scopre che la sua assistita è morta. Invitata dalla figlia di Paula alla veglia funebre della madre, la psichiatra è cacciata in malo modo dal padre della ragazza che le addossa non si sa bene che responsabilità per la morte della moglie. La scenata sembra produrre solo uno stizzito malessere in Lilian, che però, da quel momento, inizia a lacrimare involontariamente e copiosamente.
Il film, che assume ben presto le movenze di un giallo psicologico dove l’addentrarsi nel mistero corrisponde allo scavo nella personalità di Lilian, comincia a presentare con calma allo spettatore la sua trama di tracce equivoche, segni incerti e celate trappole, suggerendo possibili piste per poi complicarle artatamente. La figlia e il marito della donna hanno comportamenti ambigui se non proprio dissociati. Lilian è perseguitata da chiamate anonime. Il suo appartamento è saccheggiato, C’è una prescrizione medica contraffatta. Compare all’orizzonte un’altra morte sospetta e poi anche un’eredità. È suicidio? È assassinio? Gli scenari visibilmente hitchcockiani della vicenda si popolano poi anche di torbide presenze che strizzano l’occhio al cinema di Lynch. Compare una prosperosa ipnotista a cui abbastanza incredibilmente si rivolge la scettica Lilian per il problema agli occhi e durante la trance indotta spuntano fantasie o forse ricordi ancestrali di vite precedenti, desideri o timori rimossi. Scale rosso sangue si inabissano verso le profondità dell’inconscio e si rispecchiano nelle ricorrenti inquadrature di trombe ellittiche delle scale che punteggiano il film.
Seppur Rebecca Zlotowsi conduca con eleganza il gioco, comincia però a nascere il sospetto che la narrazione, smarrita nei suoi stessi intrighi, inizi ad avvitarsi su se stessa come le scale elicoidali dei palazzi parigini riprese dalla regista, sospetto che diventa sempre più forte quando davanti al comprensibile scetticismo della polizia nei confronti delle fantasiose e confuse ipotesi della dottoressa, Lilian, assieme a Gabriel, l’ex marito con cui ha avuto un ritorno di fiamma, avvia un indagine parallela, alla caccia del presunto assassino. In un ulteriore mix di generi, il film vira visibilmente verso la commedia, sospesa fra splastick e screwball, facendo il verso al Woody Allen di Misterioso Omicidio a Manhattan senza però, bisogna confessarlo, averne lo spirito, il ritmo, la verve. Il forte sospetto diventa quindi certezza quando, prevedibilmente improvvisa, giunge la risoluzione che, deus ex machina, conduce da tutt’altra parte rispetto alla selva di indizi fin qui disseminati, togliendo dalle peste la sceneggiatura e dando però allo spettatore la spiacevole sensazione di essere stato, fino a quel momento, preso per il naso. Niente da dire, per quanto fastidioso, l’effetto “Soliti sospetti” è una delle possibili frecce nella faretra di una sceneggiatura “scritta bene”, somaro chi c’è cascato. Un po’ più problematico è però il fatto che le diverse cosucce che non tornano (ad esempio le ipotesi contradittorie sulle peripezie di un minidisk scomparso e poi ritrovato) siano elencate da uno dei personaggi, giusto per far capire che la Zlotowski ne ha contezza, per poi però essere sbrigativamente ficcate, come la polvere, sotto un tappeto. E soprattutto l’arco d’evoluzione della protagonista, da analista arcigna e indisponente a nonna amorevole, passando per fasi di delirio manifesto intorno a retate di ebrei della Milice française, ha la stessa repentinità della soluzione della trama gialla, senza però poter godere di una analoga giustificazione narrativa. Detto in altri termini, siamo davanti ad un film ricercato nella messa in scena, raffinato nella scelta delle inquadrature come nel gioco dei colori che animano la fotografia, oscillanti fra i pastosi toni autunnali e i lividi chiaro oscuri invernali, ma dallo sviluppo piuttosto sconclusionato.
Ci si può però consolare con la sottotrama dell’amore ritrovato fra Lilian e Gabriel. Qui Zlotowski, sempre particolarmente felice nel tratteggiare lo sbocciare – qui il rifiorire – di un amore, trova una perfetta sintonia con i suoi interpreti: la durezza accigliata di Jodie Foster si svela come la cicatrice di una ferita amara, e la sua diffidenza si scioglie nel calore di una rinnovata intimità mentre l’ironia bonaria di Auteuil appena maschera la premura di un affetto mai sopito. L’allegria delle cene nei bistrot parigini, l’ironia e la tenerezza dei dialoghi in auto o la scena del riaffiorare impacciato di una complicità erotica in ascensore sono tra le cose più delicate, sentite e coinvolgenti del film e fanno pensare (ma, riconosco, è un’ipotesi piuttosto peregrina) che tutto l’intreccio giallo non sia stato altro che un pretesto per Zlotowski per poterle girare.
