Se in un film di Jarmush, un film che gioca con le ripetizioni e i deja vu – ma ne riparleremo – una canzone ritorna due volte (ma forse la terza mi è sfuggita) prima nei titoli di testa e poi accompagnando uno dei momenti emotivamente più coinvolgenti del film, una sorte di anticipazione del finale – che non può che invece chiudersi in tono più dimesso e casuale -qualche significato lo deve pure avere. Il brano è una vecchia canzone di Dusty Springfield degli anni ’80 e apparentemente nulla c’entra. Siccome siamo in un film di Jarmush, buon segno. Nella canzone una ragazza è affascinata da un ragazzo misterioso che l’ha invitata al cinema, lei non sa se accettare o meno, anzi all’inizio pensa di rifiutare, ma insomma questo little boy strano l’inquieta, infesta i suoi sogni: ha qualcosa di “spooky” (che poi è il titolo della canzone). Che vorrebbe dire “sinistro, spettrale, perturbante”. Che, detto per inciso, sono i significati che Freud assegna all’unheimilch: ciò che è assieme familiare, che ci richiama situazioni passate di rassicurante tranquillità, ma che, ripresentandosi, magari pur con le stesse fattezze, ci appare però estraneo, inquietante. Una situazione che non possiamo vivere se non con un senso di disagio, di cui non riusciamo bene a capire l’origine. Allora sdrammatizziamo la cosa, semplifichiamola, liberandola da contraddittorie stratificazioni di senso, banalizziamola: in fondo non si tratta, in questo caso, dello spiazzante riaffiorare dell’angosciante rimosso, ma del ritorno di qualcosa che era stato semplicemente messo da parte, per fretta, disattenzione, in alcuni casi, meschinità. Ironizziamo la situazione con un pizzico di Jarmush touch d’annata. Bingo!
Due americani di mezza età in auto si dirigono verso la casa del padre che vive fuori dal mondo – in una sorta di desolandia, come dice con una punta di disgusto la figlia. Non hanno nessuna voglia di vederlo. Puro atto formale, imposto dalla buona creanza borgese. Si intuisce che il vecchio deve essere stato un personaggio difficile, sopra le righe, che deve aver dato del filo da torcere ai figli, che ora si vergognano non poco di lui, e forse la loro attuale rispettabilità un po’ ingessata è una dichiarata reazione al disordine anarchico del padre. Lei (Mayim Bialik) è più fredda e caustica, molto sulla difensiva, intuisce che il vecchio tende trabocchetti affettivi per spillare soldi, ma lei e suo marito non si fanno infinocchiare. Come sembra invece sia accaduto al fratello (Adam Driver), mollaccione e più aggredibile dai sensi di colpa, che ha sganciato una notevole sommetta (“un salasso” dice sconfortato) per aiutare il genitore a sistemare un non precisato crollo della sua abitazione. Queste poche battute sono già un piccolo gioiello di sceneggiatura e regia, con l’alternanza di sguardi, freddo e acidamente diffidente la sorella, impacciato e remissivo il fratello, che si sente contemporaneamente in colpa per aver aiutato il padre – probabilmente facendosi gabbare– ma anche di dubitare della sua parola. La visita dei figli nella casa del genitore (un fantastico Tom Waits, che sembra essersi devastato durante la sua vita movimentata proprio per recitare questa parte) è un piacere per lo spirito. Basterebbe l’apparentemente incomprensibile sequenza iniziale, quando vediamo un anziano di spalle che artatamente disperde un disordine sudicio per la sua casa elegante, ricca di pezzi di arredamento di design che vengono nascosti sotto lerci teli, mucchi di vecchie riviste e cibo avanzato (anche se il vecchio compie la sventatezza di dimenticarsi il rolex al polso…). Il resto è in linea. Tutto mezzi toni: imbarazzo, ipocrisia, dissimulazione piuttosto disonesta, silenzi goffi e conversazioni maldestre, elissi, sguardi vuoti sul lago ghiacciato fuori della finestra della casa, sperando che un tempo disgraziatamente immobile passi e si possa giungere a proferire la formula magica liberatoria “Si è fatta una certa ora…”.
Il secondo episodio di questo delizioso trittico di Jarmush è una variazione sul tema. Qui siamo a Dublino e sono le due figlie, Lilith (Vicky Krieps dai capelli rosa in tinta con il pellicciotto sintetico) e Timothea (Cate Balchett in versione suora laica – forse questo l’unico punto in cui Jarmush calca un po’ troppo la mano) vanno a trovare la madre per l’annuale te “con le ragazze”. The mother (impeccabile Charlotte Rampling, con un ruolo ritagliato per lei)– quasi in un gioco di inversione speculare (le simmetrie fra le storie, all’interno delle inquadrature, nei refrain di sceneggiatura sono essenziali e godibilissime in questo film) è l’opposto dello scombinato e scaltro “fhater : una raffinata e impassibile signora inglese che si è ritirata a Dublino e – già la prima sequenza ce lo fa intuire – non ha poi tutta questa voglia di vedere le figlie, anche se, noblesse oblige , ha preparato un te che sembra un ricevimento della regina con preziosi cabaret di pasticcini, tartine da chef stellato e un servizio tazze e teiera che sembra direttamente uscito da una sala del Porzellansammlung di Dresda, tutto ripreso durante l’episodio da inquadrature zenitali che sottolineano, nell’astrazione formale, l’estraniazione che domina la situazione dove, seppur con grande educazione, fra piacevoli sorrisi, battute allegre, silenzi interminabili, menzogne scontate, rivalità non molto represse, cellulari sbirciati di nascosto o ostentatamente, ciascuno vorrebbe essere da un’altra parte.
Nell’ultima sezione del film, Jarmush cambia registro. I genitori non ci sono più, ma i figli, due gemelli tutt’altro che identici, ritornano a Parigi nella casa di mamma e papà, recentemente scomparsi in un incidente con il loro piccolo ultraleggero. Dopo i grigi e tristi borghesi del primo episodio, le figlie inappagate del seguente, che nascondono, a seconda del personaggio, la loro frustrazione dietro una spavalderia posticcia (Lilith) o la buona educazione (Timothea), ci troviamo davanti due tipici personaggi dell’universo di Jarmush. Due alternativi anticonformisti e un po’ fattoni, chiodo e hot pants, capelli rasta o rasati, bellissimi e indolenti (soprattutto Indya Moore) su una vecchia Volvo 1800 (anni psichedelici quelli…) straordinariamente cool. Ma già l’auto è un indizio. Skye e Billy sono solo lontani parenti di Zack e Jack di Down by low. Anche loro si sono ingentiliti, immalinconiti, in una parola imborghesiti. E la malinconia è il sentimento dominante di quest’ultima parte del film, una malinconia lieve e consapevole. Skye e Billy si aggirano per l’appartamento deserto e vuoto dei genitori, si imbattono in ricordi, ma anche in frammenti di vita che non conoscevano, che probabilmente non avevano mai sentito il bisogno di esplorare quando i loro genitori erano ancora vivi. In fondo chi erano i loro genitori non lo sapevano bene, non lo sanno neppure ora, sentono solo la loro assenza, ancora un po’ più densa e presente per il fatto che si accorgono solo adesso che qualcosa di loro li era sempre sfuggito.
Se così i due primi episodi declinano, con una buona dose di crudeltà affabile, delle situazioni di comica inautenticità, l’autenticità sofferta dell’ultima parte non colma però la distanza che si era scavata fra le età diverse: il disagio, la familiarità non familiare, unheimlich permane. L’incomunicabilità è in parte compensata dall’empatia (quella che quanto meno lega fratello e sorella), ma non è superata. Si è molto enfatizzato il fatto che le vecchie generazioni non comprendano le nuove, ma, sembra domandarci Jarmush, ci si è mai chiesto se nelle nuove qualcuno si sia mai veramente domandato chi erano i propri genitori? Domanda interessante perché, se non si trova una risposta, è difficile capire – come mostrano in modo abbastanza chiaro le coppie di figli narrati dal regista americano – chi si è veramente.
Una tessitura delicata di rimandi e correlazioni (battute, combinazione di colori e associazioni di abbigliamenti, brindisi con bevande sbagliate – Si può fare un brindisi con l’acqua? E con il te? -Rolex e viaggi in auto, inquadrature perpendicolari e ragazzi in skateboard al rallenty) assieme alla colonna sonora, al solito nei film di Jarmush bellissima, creano un ricamo elegante che connette i tre episodi, ma non dobbiamo lasciarsi ingannare dalla leggerezza del tocco di Jarmush. Chi ha parlato di un esercizio di stile, se non di un filmino in cui non accade nulla e si attende sempre il momento della verità che non arriva, non ha capito granché. L’opera del regista americano è, seppur in modo aggraziato, cruda ed amara. Tutt’altro che consolatoria. Non accade nulla perché tutto è già successo e frusti rituali o simulazioni cortesi non possono riportare in vita ciò che si perduto: proprio per questo bisognerebbe che i figli lasciassero andare i propri genitori – senza ipocrisie, senza falsi sensi di colpa – così come i genitori erano stati costretti a fare con i figli. E forse solo la morte può portare conciliazione, tinta di rimpianto, non per quello che si è perso, ma per ciò che non si potrà più conoscere di ciò che si è perso.
