Il cinema di Kore-eda, anche in film non perfettamente riusciti come questo Little Sister, è stra-ordinario. È straordinario nel modo in cui riesce a tratteggiare l’ordinarietà qualsiasi di piccoli eventi, di stati d’animo sfumati, di leggere malinconie e allegrie banali. È straordinario il modo in cui rimane in bilico, in un felice equilibrio precario, fra un sentimentalismo un po’ stucchevole che sfiora, ma a cui mai approda, e il richiamo a sentimenti sinceri e profondi, evocati con pudore e garbo, quasi di sfuggita, trattenendosi sulla soglia di uno sguardo, di una battuta accennata, di un rimpianto agrodolce o di un desiderio fuggevole. Sachi, Yoshino e Chika sono tre sorelle che vivono in una grande ed armoniosa casa a Kamakura, nel verde rigoglioso, ad un’ora dal caos di Tokyo. Al contrario di quel che si sarebbe potuto aspettare l’arrivo di Suzu, la sorellina, figlia del padre che aveva abbandonato le ragazze 15 anni prima e al cui funerale avevano per dovere assistito, non costituisce un momento di svolta, non altera i rapporti fra le tre donne, ma viene assorbito in una fluida continuità nella vita di ogni giorno, si innesta negli screzi e nel calore del rapporto fra le sorelle. Suzu assiste neutrale, ma non indifferente al conflitto trattenuto, ma costante, fra la compostezza responsabile di Sachi e la sventatezza ribelle di Yoshino, partecipa all’allegria buffa di Chika, fa tesoro della saggezza della sorella maggiore, e scopre le prime trasgressioni educate nella frequentazione di Sachi. In questo modo l’individualità di Suzu, all’inizio quasi nascosta, preoccupata di mostrarsi, a poco a poco emerge, non contrapponendosi all’unità del gruppo, ma stagliandosi solo rispetto ad uno sfondo che è però fondamentale per delineare i contorni del nuovo io che si forma in una simbiosi fra il singolo e l’insieme, processo questo che è proprio della cultura giapponese. Il passaggio fra mondo interiore e comportamenti sociali, fra interno ed esterno, fra intimità ed esteriorità, fra ciò che educazione e riserbo trattengono e ciò che, spesso impercettibile, ma per chi vuole vedere evidente, si mostra all’altro, è splendidamente personificato, in modo naturale e diretto, senza bisogno di simbolismi astrusi e cervellotici, nell’ariosità della grande casa tradizionale dove vivono le ragazze, nel continuo passaggio, senza soluzione di continuità, fra il giardino ombroso e le stanze luminose attraverso le vie di comunicazione di verande e ballatoi, spazi che condividono il dentro e il fuori senza appartenere né all’uno né all’altro. E la macchina da presa si muove fluida in questi luoghi, con una naturalezza che nasconde l’artificio nel momento in cui mobile lo palesa.
Poi forse le dinamiche di questa ennesima famiglia disfunzionale nel cinema di Kore-eda nella sua relazione con il mondo più ampio sono un po’ scontate, la soluzione dei conflitti latenti piuttosto consolatoria, e il ritmo, spezzato dalle dissolvenza in nero delle elissi temporali, è assieme rallentato e sincopato, ma non sta solitamente nell’intreccio l’incanto del cinema di Kore-eda quanto nella gentilezza del suo sguardo, nella delicatezza con cui sfiora i sentimenti dei suoi protagonisti, nella fragile bellezza delle sue immagini.
