Io sono ancora qui

Dallo schermo scuro si avverte il rumore dello sciabordio placido del mare e poi, lentamente, il bel volto di una donna, sereno, ma attraversato da una vaga malinconia, emerge dall’acqua mentre dal cielo giunge il frastuono sinistro di un elicottero militare che sorvola la zona.

Brasile, inizio degli anni ’70, la dittatura militare, inaugurata nel 1964 con la deposizione forzata del presidente João Goulart, stava entrando nella sua fase più cupa. Facendo leva sulla destabilizzazione prodotta da alcuni atti di resistenza armata come il sequestro dell’ambasciatore svizzero Giovanni Enrico Bucher, il governo del presidente Medici stava preparando una svolta repressiva brutale che avrebbe lasciato una lunga scia tragica di assassini extragiudiziari, sequestri, torture. Tutto questo però nella prima parte del film di Salles, rimane sullo sfondo, come il rumore cupo dell’elicottero che sovrasta la spiaggia. In primo piano c’è la vita libera e spensierata della famiglia di Ruben Paiva, un deputato dell’opposizione, fuggito inizialmente dopo il golpe, ma poi tornato in Brasile a svolgere la sua attività di ingegnere affermato. I bagni fra la schiuma delle onde, i giochi sull’arenile, l’entrare e l’uscire frenetico dei cinque figli di Ruben e della sua affezionata moglie Eunice dalla grande casa aperta sull’oceano, le feste improvvisate, i pranzi con gli amici e ancora la musica e le danze con la macchina da presa che fluida rincorre il vorticare allegro della vita della famiglia mentre le scene si accendono di vitalità e colori. Assumendo il punto di vista dei figli più piccoli, presi e persi nei loro giochi o nelle prime cotte, le controversie famigliari per l’adozione di un cagnolino abbandonato sembrano avere lo stesso peso di una brutta avventura della figlia maggiore, fermata dall’esercito in una perquisizione decisamente ruvida. Solo che quella sequenza segna nella narrazione un punto di svolta anche visivo. Siamo in un tunnel buio di cui non si vede la fine, il senso di compressione spaziale accentua la violenza, per il momento solo verbale e intimidatoria dei militari. Il colore della casa sul mare è prosciugato, la luce non è più quella calda e avvolgente del sole, ma i fasci taglienti e gelidi dei riflettori e dei lampeggianti delle auto della polizia . È solo una prefigurazione di quello che sta per accadere. Poco tempo dopo, la vita apparentemente tranquilla dei Paiva sarà sconvolta dall’arresto del padre, a cui seguirà il prelievo e la segregazione per interrogatori della madre e di una figlia. Il cambiamento di registro della narrazione non avrebbe potuto essere più manifesto e tetro. Già nella casa sul mare, immediatamente al presentarsi della polizia politica, la luce si spegne, i toni si fanno gelidi, la camera si fissa in inquadrature rigide, che diventano spettrali e livide all’interno della prigione dove madre e figlia sono rinchiuse. In questo modo Salles riesce a rendere con evidenza sensibile che ci colpisce oltre che emotivamente con la violenza di una percezione angosciosa, la ferocia di un regime che vuole dominare e opprimere, oltre che con la sopraffazione, con il terrore. Al ritorno a casa, in una scena fortissima, Eunice cercherà disperatamente di lavarsi, fino quasi a graffiarsi la pelle, detergendo non solo il lerciume di settimane in carcere, ma cercando anche di cancellare l’umiliazione, il degrado, la dignità calpestata. E forse, più di tutto, la paura cieca. Da quel momento, la donna deciderà di non aver più paura. Da quel momento in poi la lotta pacata di Eunice, la sua determinazione triste domineranno, con la forza calma dell’interpretazione commovente di Fernanda Torres, la narrazione. Che ruota attorno al difficile, quasi impraticabile compito della donna di abitare il doppio vincolo che la soffoca: accettare che il padre dei suoi figli le avesse nascosto la sua partecipazione all’opposizione clandestina al regime, mettendo in pericolo la sua famiglia, e nello stesso tempo, continuare, attraverso la ricerca di una verità che non le restituirà più la felicità perduta, di proseguire la missione del marito ed ancora e soprattutto elaborare il lutto impossibile per la scomparsa del suo Ruben, che ben presto saprà da fonti della resistenza assassinato, e contemporaneamente mantenere nei figli la speranza per il ritorno del padre: vivere nella disperazione, avendo fiducia, almeno per i figli, nel futuro. Una lotta lacerante, ma composta, un sacrificio silenzioso, che deve nascondere le lacrime, ma che riesce a far sì che ogni moto di tenerezza nei confronti dei figli, assieme anche ad ogni risposta ferma, ad ogni decisione difficile come quella di abbandonare la grande casa sul mare e con lei tutti i ricordi e le illusioni di un tempo felice, non sia solo un atto d’amore, ma anche un’azione risoluta di resistenza, denuncia, ribellione.

Certo il film di Salles avrebbe potuto concludersi con la sequenza della madre che dolente, ma decisa, convince silenziosamente la figlia, lo sguardo pietrificato verso l’orizzonte oltre il mare, ad accettare l’abbandono della casa di infanzia ed assieme, anche, tacitamente, l’irrimediabile perdita del padre. Avrebbe potuto terminare con l’auto di famiglia che lascia la villa deserta. Salles vuole aggiungere un epilogo, cinematograficamente non riuscitissimo, ma forse politicamente necessario, per connettere la tragedia privata con la dimensione pubblica del recupero della memoria collettiva del passato. Ma il nostro cuore rimane nelle inquadrature struggenti della grande casa spalancata ai venti dell’oceano, la casa che avevamo visto fremere di felice caos nelle prime sequenze e poi irrigidirsi lugubre nelle scene dell’arresto, ora brillante di un sole caldo che volge al crepuscolo, vuota e desolata. Non l’immagine di una sconfitta, ma il simbolo di un’esistenza caparbia, pervasa dalla malinconia di un coraggio che sa che non riscatterà il passato, ma non vuole arrendersi, che decide comunque di continuare a vivere e ricordare.  

 

 

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