Foto di famiglia

La fotografia ha un potere magico nel film di Nakano: realizza i desideri dimenticati in un cassetto e contribuisce ad attenuare il dolore per la perdita dei cari tragicamente scomparsi. Oltre che a costituire la ragion d’essere del suo protagonista, una missione perseguita in modo assieme svogliato ed appassionato, totalizzante, ma un po’ indolente.

Mashasi ha ricevuto ancora bambino dal padre una macchina fotografica e da allora, fin dalla prima foto scattata alla sua famiglia, ha capito che questa sarà la sua vocazione, anche se per gran parte della prima sezione del film sembra che questa chiamata tardi a concretizzarsi in una azione convincente. Dopo aver frequentato studi specifici all’università, Mashasi si ritrova privo di ispirazione, passa le sue giornate a scrutare l’orizzonte dal molo della cittadina di mare dove vive con la famiglia che mantiene però una affettuosa e disarmante fiducia sulle sue capacità. Sarà proprio la famiglia del protagonista a diventare l’oggetto esclusivo delle sue foto che riprodurranno, ad uno ad uno, i sogni dei suoi componenti. Il padre diventerà finalmente pompiere, la madre protagonista di un film di gangster, il fratello pilota d’auto da corsa e infine, in virtù di questi improbabili scatti, Mashasi fotografo di successo. Il film in questa prima parte, dopo un avvio piuttosto contratto, appesantito dalla presenza invadente di una voce fuori campo, prende velocità e ritmo modellandosi su situazioni un po’ folli e sicuramente buffe, tutte incentrate sui legami di solidarietà e affetto che si stringono fra i componenti del nucleo famigliare, pronti ad impersonare i ruoli più stravaganti pur di assecondare i bizzarri disegni del giovane, anche se, sottotraccia, si avverte una certa tensione fra il fratello maggiore di Mishasi – un ragazzo serio con la testa sulle spalle, poco propenso ad avvallare le eccentriche bizzarrie del fratello minore – e l’anticonformista fotografo che, sempre adorato dai genitori, nelle sue varie peripezie abbandona e quindi ritorna in famiglia per poi lasciarla e in seguito ricapitare, accolto sempre con lo stesso trasporto di un figliol prodigo. Poi, in coincidenza con la tragedia del terremoto e del maremoto di Tohoku del 2011, Mishasi – nel frattempo affermatosi nella sua professione proprio grazie alle foto scattate alla famiglia – è casualmente coinvolto assieme a degli amici occasionali nel recupero di migliaia di fotografie sparse fra le rovine del disastro, frammenti dispersi di tante vite infrante dalla catastrofe che costituiranno però per i sopravvissuti, un ultimo legame con i cari scomparsi. Nakano, a questo punto, cambia registro: i tempi si dilatano seguendo i gesti lenti dei volontari che puliscono meticolosamente le foto ricoperte di detriti e fango. Questo brusco rallentamento del ritmo ha la funzione di operare una cesura fra l’allure frizzante e scanzonata della prima sezione e questo nuovo segmento narrativo, più intimo e triste. La scelta di regia è efficace e produce una sensazione di spiazzante e salutare disorientamento, ma l’effetto è poi compromesso dalla ripetitività enfatizzata delle situazioni, mentre il tema centrale della memoria e dell’elaborazione del lutto attraverso il simulacro delle immagini rischia di risolversi nel bozzetto di una vicenda che chiama un po’ troppo la lacrima dello spettatore. L’affetto e la solidità dei legami familiari, che reggono anche la prova della scostanza di Mishasi, dovrebbero costituire il collante fra i diversi momenti della pellicola, ma, fatta anche la tara sul radicamento dei valori della famiglia nella cultura giapponese, regia e sceneggiatura sembrano sorvolare con veloce disinvoltura sulle possibili tensioni (il risentimento del fratello maggiore, la frustrazione della fidanzata di Mishasi davanti al suo manifesto egoismo, l’amarezza della madre nei confronti delle scelte immotivate del figlio) che sottendono il bel quadretto d’assieme. Non è in questione il fatto che la storia che ci racconta Nakano sia tratta da una vicenda reale che poi è andata veramente così, ma se nel dispiegarsi di una narrazione si pongono certi presupposti, coerenza vorrebbe che questi vengano sviluppati e risolti, non abbandonati a se stessi. Nessuno avrebbe voluto che il regista giapponese concordasse con la spietata requisitoria di Gide: “Vi odio famiglie; focolari chiusi; porte serrate; geloso possesso della felicità”, ma l’immagine di serena allegria, non priva di divertenti accenti surreali, che emerge alla fine non si discosta molto dalle atmosfere, volutamente artefatte, delle foto familiari di Mishasi.

Lascia un commento