Pavel “Pasha” Talankin era un ragazzo a suo modo realizzato e felice prima del 24 febbraio del 2022. Certo, viveva in una delle cittadine più inquinate del mondo, Karabaš negli Urali, un piccolo centro sovrastato da una gigantesca fabbrica per la lavorazione del rame, ma sembrava farsene quasi un vezzo. Talankin adora il suo lavoro, a dire il vero abbastanza sorprendente se si guarda agli organigrammi della scuola italiana: è organizzatore di eventi e videoreporter delle attività della scuola elementare e media della cittadina. Un ruolo cerniera, che gli permette di avere a che fare con un po’ tutti gli studenti della scuola coinvolti nelle sue “produzioni” ora come aiuto-operatori, ora come attori, ora come semplice pubblico. Il suo ufficio, perché, a quanto pare, i docenti in Russia hanno anche un ufficio, è un porto franco: libero da vincoli di programma o valutazione, favorito dalla giovane età e dal suo passato piuttosto recente di studente in quella stessa scuola, Pasha apre il suo studio a tutte le studentesse e gli studenti per lavorare assieme, progettare, discutere o, con grande rilassatezza, cazzeggiare allegramente, attività in cui i ragazzi, a tutte le latitudini, eccellono. Uno spazio di libertà e democrazia rivela con ingenua, ma sincera retorica Pasha, ma solo fino al 24 febbraio del 2022. In quel giorno, si scriverà nei libri di storia futuri, il mondo cambia radicalmente, ma cambia anche la vita di Pasha. In concomitanza con l’avvio dell’ “Operazione militare speciale” in Ucraina, i programmi didattici e la vita della scuola sono rivoluzionati: la propaganda di guerra diventa l’argomento principe delle lezioni ma non si tratta di semplici contenuti, tutto il tempo scolastico deve adeguarsi e uniformarsi al nuovo corso voluto da Putin che, senza particolari infingimenti o ipocrisie, arruola con la stessa funzione e responsabilità dei militari i docenti del sistema scolastico come combattenti per la grandezza della Russia. Non particolarmente fiduciosi circa la lealtà dei professori – si sa, per i potenti di turno i professori sono una “vil razza dannata” – gli alti papaveri del Cremlino pretendono che le nuove attività di promozione della guerra e dell’amor patrio, siano filmate, catalogate, caricate su un portale ministeriale per certificare la solerzia del corpo docente e i progressi della loro opera di proselitismo. Pavel diventa così la cinghia di trasmissione di questo ingranaggio, vorrebbe ribellarsi, abbandonare l’insegnamento per non rendersi complice dell’operazione di manipolazione e plagio delle giovani coscienze, ma poi, entrando in contatto con un film maker occidentale, capisce che il vero atto eversivo è fare esattamente quello che gli viene ordinato. Filmare il dilagare a macchia d’olio della macchina della propaganda putiniana, lasciando che le immagini, grottesche se non fossero agghiaccianti, parlino da sole. Il film che ne viene fuori e che ha meritatamente spopolato alla sera degli Oscar, si articola così su due piani. Da un lato, ci sono le vicende, più o meno sceneggiate, della resistenza di Pasha, dei suoi contatti con l’estero, la sua decisione di combattere, i suoi piccoli, ma pugnaci atti di sabotaggio, che ricordano le infrazioni ribelli e demenziali del Delta Tau Chi di Animal House (viene da immaginare con ben altro rischio) come interrompere la cerimonia dell’alzabandiera sparando a palla dagli altoparlanti della scuola The star spangled banner cantato da Lady Gaga o tappezzare le finestre dell’istituto con una X di scotch bianco (la X contrapposta alla Z è, in Russia, il simbolo dell’opposizione alla guerra), i suoi monologhi solitari, sguardo in macchina, in cui descrive il degenerare della situazione, fino alla fuga in Occidente per poter diffondere il materiale filmato. Dall’altro, mettendo in pratica in modo radicalmente eversivo i dettami di Vertov di “una vita colta alla sprovvista”, ci sono gli asciutti resoconti della vita dell’istituto. Le spiegazioni sulle motivazioni profonde della guerra, dove gli insegnanti hanno addirittura difficolta a pronunciare termini come denazificazione dell’Ucraina, tanto è strampalato e inusitato il concetto, oppure le lezioni del professore di storia e scienze sociali che spiega con precisione acribica, che in Francia, senza il petrolio russo un pieno di benzina arriverà a costare 150$ e i francesi si ridurranno a mangiare lumache e rane (di cui glossa, con evidente disgusto razzista il docente, i francesi sono comunque ghiotti). Lo stesso professore che pone alla sommità del suo Gotha degli eroi della patria Russia l’efficiente Beria, feroce capo dell’NKVD, responsabile diretto delle grandi purghe staliniane e di assassini e deportazioni di massa. Ma più impressionante dei contenuti farneticanti della propaganda putiniana, sono le lunghe inquadrature sui volti dei ragazzi in classe, sul loro atteggiamento, sulla loro postura. La loro attenzione un po’ spenta, ma diligente, il loro modo goffo, decisamente poco marziale, eppure senza un briciolo di ironia, di marciare nella cerimonia dell’alza bandiera e poi le divise che spuntano fuori, i baschi militari, le foto di gruppo con i mercenari tatuati della Wagner che vengono a tenere conferenze a scuola, neanche fossero poeti o scienziati, le risposte a macchinetta alle questioni poste dai docenti sulle ragioni incontrovertibili della Russia contro l’Ucraina e l’Occidente perverso. mandate giù a memoria, senza grande convinzione, ma senza lasciar trapelare un barlume di accento critico. Per quanto la propaganda appaia, tralasciando anche per un momento la parzialità menzognera dei contenuti, grossolana, gonfiata di vuota retorica, intimamente ridicola, se non sembra suscitare nei ragazzi una convinta persuasione, non genera però neppure un accenno di insofferente rigetto. C’è una accettazione passiva, non partecipe, ma neppure ostile. E lo stesso, in modo ancora più tragico, accade nelle feste di addio per gli ex studenti di Pavel che sono arruolati e devono partire per il fronte. La cerimonia della rasatura comune dei capelli, grandi bevute, grandi abbracci, testimonianze di amicizia imperitura, un’atmosfera falsamente allegra, ma segnata da una profonda mestizia e da una enorme rimozione. La morte. Che poi, per molti di loro, puntualmente arriverà.
Dei due piani intrecciati della narrazione questo secondo è di gran lunga il più perturbante e nella sua secchezza di documento asciutto e scarno, denuncia un po’ l’artificiosità delle sezioni sceneggiate, che dovrebbero invece dare ragione del titolo del film: il signor nessuno contro il potere, tanto caro all’immaginario americano (forse proprio qui la chiave dell’Oscar).
Ma si tratta di peccati veniali, anche perché Talankin trova un felice meccanismo di connessione fra i due livelli della sua opera in lunghi piani sequenza, obiettivo in soggettiva e macchina a spalla, che ci mostrano fin dalle prime scene le aule, i corridoi, la mensa, i laboratori dell’edificio scolastico. All’inizio, pieni di movimento, di studenti vocianti e allegri, poi, via, via, sempre più vuoti e spogli, con qualche sperduto ragazzino che si ferma a stento per salutare Pasha. Una desertificazione che sicuramente non corrisponde ad una situazione effettiva – non si può immaginare che la scuola si sia progressivamente svuotata con l’intensificarsi della guerra – ma ad una condizione spirituale, simbolica: al prosciugarsi stesso della vita. Quei corridoi vuoti rimarranno impressi nella memoria, anche dopo i titoli di coda ed assieme a questi un volto, quello di una ragazzina, Masha, un po’ la preferita di Pavel (perché no? anche i bravi professori hanno i loro preferiti): indipendente, un po’ ribelle, un po’ strafottente, ironica e allegra, sfrontata come la sua età. Poi il fratello parte per la guerra, lei sembra non darci peso, ma è sempre più preoccupata, non smette di sorridere, di frequentare gli amici, ma anche prima dell’arrivo della notizia fatale, qualcosa si è definitivamente spento nel suo volto, in cui compare invece l’ombra amara di un disincanto. E quel disincanto, la fine dell’innocenza, ci seguirà anche fuori della sala di proiezione.
P.S. Nella versione italiana del film di Talankin, meritoriamente distribuito da Zalab, il titolo originale è fatto seguire dalla dicitura “Il film contro tutte le guerre”. Non so se è una dicitura voluta dall’autore, può essere, ma letta così sembra una “excusatio non petita”. Sì, certo, il film si oppone alla guerra di Putin e della Russia, ma tutte le guerre sono malvage. Affermazione che è assieme una ovvietà, ma anche una generalizzazione che edulcora e svilisce il messaggio del cineasta russo. Perché questo film è primariamente ed essenzialmente un documento (che costa pericoli enormi al suo autore) contro la guerra di Putin, contro le modalità di manipolazione delle coscienze, la violenza oppressiva della propaganda, l’inversione della verità in menzogna che caratterizza, purtroppo, la vita nella Federazione Russa oggi e che ha fatto arretrare in quel paese le lancette dell’orologio agli anni più bui del Novecento. Poi sicuramente, anche noi in Occidente abbiamo i nostri scheletri nell’armadio, forse in Ucraina ci saranno forme di mobilitazione e colonizzazioni delle coscienze affini (aspettiamo un filmaker che le denunci), ma, per il momento, quello che ci mostra Talankin si capisce e assume un valore storico profondo perché è connesso al mondo, alla cultura, alla mentalità e alla storia della Russia. Nel bene e nel male. Sarebbe bene ricordarlo.
