April come she will

Forse una chiave per entrare nel film di Tomokazu Yamada non è tanto il primo verso di April come she will  di Samuel and Granfunkel da cui è tratto il titolo internazionale del film del regista giapponese, ma l’ultimo: “A love once new has now grown old”.

Shun Fujihiro, uno psichiatra che lavora in una struttura pubblica e Yayoi stanno per sposarsi. Visitano la chiesa dove si terrà la cerimonia (temo che la scelta di un edificio di culto cristiano abbia a che fare con la pesante ingerenza di un organo nella scena culminante del finale del film), stanno organizzando i preparativi per l’evento ed intanto già vivono assieme, con la complicità di una vecchia coppia, non proprio divorata dalla passione.
Poi Yayoj, improvvisamente, per sua esplicita scelta, scompare, senza nessuna giustificazione. Implausibile? Aspettate prima di formulare un giudizio affrettato. Jōhatsu, (svanito nell’aria), si è coniato addirittura un nome per indicare in Giappone una condizione sociale dalle dimensioni non indifferenti. Più di 80.000 persone ogni anno spariscono in Giappone, fanno perdere le proprie tracce, si rifanno una nuova vita perché non hanno avuto il coraggio di sopportare lo stigma sociale di un fallimento in ambito lavorativo o semplicemente perché non sono capaci di affrontare il peso emotivo della rottura di un legame affettivo, divenuto troppo asfissiante. Certo che le statiche, tanto rappresentative di particolari aspetti una cultura molto condizionata dalla presenza di potenti freni inibitori sociali, poco aiutano chi resta. Fujihiro, comunque incredulo, cerca di rintracciare la sua fidanzata, ma la sua ricerca composta e in linea con il personaggio misurato, mai particolarmente affannosa, comincia ad intrecciarsi, in un puzzle raffinato di flashback, con i ricordi del loro innamoramento, Yayoi era stata una paziente dello psichiatra, ed assieme a questi, con quelli più remoti, quando, ancora studente all’università, Fuijihiro aveva conosciuto una ragazza dolce e discreta, come lui molto interessata alla fotografia. Complice la comune passione, era sbocciata una delicata storia d’amore, tutta proiettata nel sogno di un viaggio intorno al mondo, per scattare delle foto in alcuni luoghi spettacolari, dall’Islanda al deserto di sale della Bolivia. Quel viaggio era rimasto soltanto una bella illusione, Haru, così si chiamava la giovane, aveva alla fine lasciato solo Fuijihiro, ma, come riaffiorando dal passato, poco prima della scomparsa di Yayoi, la ragazza aveva cominciato a scrivere all’uomo, inviandogli istantanee dei luoghi che anni prima avrebbero dovuto fotografare assieme.
Ci sono amori che invecchiano perché sono lontani nel tempo, anche se, nel momento in cui ritornano alla memoria, inquietano la nostra coscienza, facendoci rivivere ansie e turbamenti che credevamo svaniti, altri che invece si adagiano placidi sulle nostre esistenze, amori che viviamo come un’esperienza scontata tanto da non accorgerci che stanno svanendo. Ed è proprio nell’intreccio fra queste due dimensioni che il film di Yamada trova i suoi momenti migliori sull’onda dei ricordi, quando tratteggia la ritrosia, l’imbarazzo e il desiderio di nuovi amori che nascono; il pudore, tutto interno alla cultura giapponese, di manifestare i propri sentimenti ed assieme l’urgenza di poterlo fare. Scelte formali di ripresa e inquadratura, lunghi carrelli che seguono le passeggiate di Fuijihiro con le due donne, sovrappongono le storie, mescolando nei toni sfumati della primavera nascente il languore del ricordo, ma assieme anche le speranze frustrate e le occasioni perdute che si ripercuotono nella solitudine del presente. Film di atmosfere, che scivolano via via sull’esangue, la pellicola di Yamada si perde però per strada quando cerca di stringere lo sviluppo della narrazione convergendo con abbondanza di ellissi, verso l’incontro fra le due donne, l’una ormai morente, dopo il lungo viaggio intorno al mondo che aveva intrapreso proprio quando era venuta a conoscenza della sua sorte segnata, l’altra che si fa assumere come infermiera nell’hospice dove Haru è ricoverata, proprio per accudirla e, in un qualche modo, riassorbire da lei l’amore per Fuijihiro. E purtroppo, complice anche una colonna sonora che si fa sempre più sdolcinata e invasiva (l’organo di cui sopra), gli stati d’animo trattenuti e reticenti della prima parte scivolano pesantemente verso il melò, lasciando un po’ il rimpianto per le emozioni appena accennate e quasi schive che Yamada era riuscito ad evocare nella prima parte del film.  

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