Il mio giardino persiano

Mahin dorme fino a tardi. Il sonno arriva quando albeggia, dopo una notte che si immagina lunga, uggiosa, vuota. Il sole è ben alto e illumina la sua casa ordinata e deserta quando il telefono la sveglia. È un’amica ipocondriaca che vuole accertarsi che la donna sia ancora viva. Ed è la prima domanda, che trattiene una duplice valenza esistenziale e politica che Maryam Moghaddam e Behtas Sanaeeha fanno anche a noi. “Quand’è che si è ancora vivi?”

Mahin è un’anziana signora iraniana, appesantita dagli anni, ne sono passati ormai trenta da quando è rimasta vedova. Trascorre le sue giornate in una metodica noia, gli stessi gesti e le stesse abitudini interrotte da frustranti videochiamate con la figlia all’estero, che compensa la fretta sbrigativa con cui liquida la madre regalandole abiti nuovi che si impigriscono inutilizzati negli armadi di casa, e poi sporadici pranzi con le amiche, anche loro per lo più sopravvissute ai rispettivi mariti e forse alle loro stesse vite. La camera fissa sulla tavola imbandita di manicaretti persiani ci introduce ad una di queste. L’agrodolce ironia della situazione, tutta incentrata sulle conversazioni che fluttuano, senza soluzione di continuità, fra aneddoti di poco plausibili corteggiamenti e più realistici e dettagliati resoconti di malanni e magagne con tanto di minacciata visione di indagini colonoscopiche, dà il tono allo sviluppo successivo della narrazione e insinua la seconda questione attorno a cui ruoterà il lavoro di Moghaddam e Behtas. Quando il tempo che abbiamo a disposizione termina? “Quando tardi è troppo tardi?” In fin dei conti vivere è spesso un posticipare scelte e decisioni, accontentarsi di una tranquillità spenta, contando che ci potrà essere ancora tempo, ancora possibilità ed occasioni. Per l’amore o, allargando il discorso alla dimensione politica, per la libertà. Che si stia parlando di entrambe le cose i registi iraniani lo fanno capire senza tanti giri di parole. Mahin decide un giorno di verificare concretamente che la risposta che dà ogni mattina all’amica apprensiva non è una formula vuota ed esce di casa risoluta a trovare un nuovo fidanzato. La sua determinazione di ultrasettantenne in evidente sovrappeso sarebbe eversiva rispetto al sentire comune anche se non si fosse in un Iran bigotto e oppressivo, ma per non lasciare ombra di dubbio sulla provocazione politica della composta fermezza della donna Moghaddam e Behtas ce la fanno vedere mentre affronta, per nulla intimorita,  la polizia morale per salvare dalle grinfie di megere nero bardate e di un barbuto agente arrogante una ragazza colpevole di non rispettare i criteri etico-estetici funerei del regime. Ma non è ancora tempo per il dramma. Seppur non proprio con le phisique du rôle di Sharon Stone di Basic Istinct, la caccia di Mahin coglie con rapidità la sua preda: un anziano tassista tanto dimesso e solitario quanto affabile e cortese. Mal difficile deve ancora arrivare: qui regia e sceneggiatura riescono infatti nell’arduo compito di rendere con sensibilità e ironia una reciproca e intrepida seduzione che oscilla delicata fra l’imbarazzo e la complicità, la timidezza e l’incanto senza tempo di un sentimento ritrovato, il riscatto di un passato grigio e la promessa di una felicità in cui il futuro è già ora e tutto accade in un crescendo gastronomico e alcolico che culmina in una danza ribelle.  A questo punto anche la macchina da presa, fino allora sobria e controllata, come sembrerebbe convenire ad un racconto sulla terza età, si mette a ballare assieme ai due prossimi amanti in momenti di coinvolgente allegria attraversati da una comicità lieve, che non si prende gioco dei due innamorati, evita con grazia la trappola del grottesco e anche di uno sdolcinato sentimentalismo, mostrando invece un affetto partecipe per i suoi protagonisti.  Senza però nessuna consolatoria rassicurazione. Nel finale ci aspetta qualcos’altro: il dolce persiano lascerà un imprevisto retrogusto acido in bocca.

“Quando tardi è troppo tardi?” La domanda rimane aperta per ciascuno di noi, con il sospetto che, nel momento in cui comincia a balenare, sia già passato il tempo. Ma forse è anche, ed è questo che deve aver irritato e spaventato i censori del regime, l’invito ad un’azione audace e sovversiva come quella di Mahin, prima che anche l’ultima speranza finisca “morta e sepolta”.  

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