Émile è una giovane d’origine cinese, lavora come televenditrice in un call center, l’idea platonica dell’impiego precario, flessibile, frustrante della post-modernità. Vive in un grande appartamento che ha potuto occupare perché la nonna malata di Alzheimer e proprietaria della casa è ricoverata in casa di riposo ed è abbandonata come un rottame dalla ragazza che rimanda costantemente l’occasione per andare a trovarla. Affitta una camera a Camille e stringe una breve relazione con il giovane il quale però, non appena si accorge che per la ragazza non si tratta di semplice sesso, l’abbandona. Camille è un professore, simpatico, brillante, ma frustrato anche lui perché sottopagato e oberato dalle incombenze burocratiche che soffocano il rapporto con gli studenti (brevissimo inciso, parafrasando mio papà che davanti alle lamentele schizzinose dei figli ci apostrofava “vi ci vorrebbe un po’ di guerra” a Camille si potrebbe dire “ti ci vorrebbe un po’ di scuola italiana”. Fine inciso). Cerca una promozione sociale tentando di frequentare un dottorato prestigioso, ma ripiega, per raggranellare un po’ di soldi, nella conduzione di una agenzia immobiliare dove assumerà Nora con cui costruirà un rapporto altalenante. Nora è una trentenne che è giunta a Parigi dalla provincia per riprendere gli studi di legge dopo una relazione distruttiva con un uomo più grande di lei. Oggetto di squallido bullismo digitale dai compagni di università per un improbabile scambio di persona con una pornostar, Nora si lega in una relazione difficile e sbilanciata con Camille: più il ragazzo si sente coinvolto con lei, più lei fugge, mentre, contemporaneamente, si sente attratta dalla ragazza dei porno con cui inizia a tessere un legame virtuale, complice ed ingenuo e così il professore si riavvicina ad Émile…
Un centinaio d’anni dopo Girotondo di Schnitzler, Audiard ridisegna in questo intreccio di incontri fortuiti e incrociati una mappa delle relazioni nell’età precaria dell’accumulazione flessibile e dell’amore fluido. Forse non tutto è perfetto, la relazione virtuale fra la trentenne e la pornostar è probabilmente quella che soffre di più nella ritraduzione cinematografica dalla graphic novel che aveva ispirato il regista francese, ma rimane l’impressione di un Ophlüs per il XXI secolo (se i nostri tempi cupi ci lasceranno ancora la possibilità di parlare d’amore), un po’ un Rohmer amorale, molto Wong Kar Wai, desaturato dai suoi colori pop, ma con il suo erotismo, la sua tenerezza, e, sotto traccia, anche un po’ del suo romanticismo malinconico.
Più che ai giri di valzer viennese dell’archetipo austriaco, i rapporti descritti da Audiard si adattano alla musica seriale dell’ipnotica colonna sonora di Rone, procedono come in un loop, ripetendosi con minime variazioni per ritornare poi al punto di partenza. Le storie che si avviluppano lungo il film ci mostrano i diversi protagonisti, ciascuno incapsulato nella propria bolla d’isolamento, nel proprio narcisismo auto-difensivo mentre cerca di stringere relazioni molteplici per colmare il proprio vuoto e lenire la propria insicurezza, ma sempre trattenendosi sulla soglia, mascherando con il sarcasmo o l’indifferenza la paura di restare invischiato in un legame profondo. Nell’età della connessione permanente si vorrebbe entrare ed uscire da un rapporto senza pagare nessun pegno, con la stessa facilità con cui si sfiora lo schermo del device per aprire un’applicazione e per poi richiuderla quando abbiamo terminato la nostra distratta navigazione. Si usa il sesso, molto sesso, per sdrammatizzare e per mantenere le distanze, si supplisce alla costruzione di una relazione con il suo consumo, ma il desiderio per alimentarsi necessita che l’alterità e il mistero dell’altro siano conservati e questo inevitabilmente produce destabilizzazione, facendo fallire la sospirata opzione “rischio zero” che ciascuno a suo modo persegue. Audiard filma i suoi personaggi senza formulare nessun giudizio di valore, in un bianco e nero oggettivo, molto nouvelle vague, che non vuol far apparire belle le cose ammantandole dell’alone melanconico del ricordo o disegnando pittoresche prospettive da cartolina. Sceglie come scenario una Parigi non Parigi, il 13° arrondissement, les Olympiades appunto, con le sue torri alveari, le ciminiere fumanti, le gru metalliche contro il cielo. Un non luogo impersonale che reagisce come sfondo neutro alle vicende narrate, senza però in nessun modo alludere, come correlativo oggettivo, all’alienazione dei personaggi che risultano invece, ciascuno a proprio modo, tanto confusi quanto vitali. Infatti se non c’è nessun accento moralistico nello sguardo di Audiard, neppure si nota il distacco del ricercatore che osserva la reazione dei topolini nelle gabbie. Anzi nella riflessione leggera sulla fluidità dell’amore del regista francese, dove la leggerezza non è certo segno di superficialità, ma levità, cioè capacità di adattarsi al suo oggetto mobile, si avverte una certa complicità per i propri personaggi di cui il regista fa emergere le debolezze, anche nei loro tratti più indisponenti, egoistici, autoreferenziali. Camille umilia la sorella, criticando pesantemente le sue prime prove come comica, in nome di una sincerità schietta e non ipocrita, che non è però altro che il rovescio della medaglia della sua paura di lasciarsi andare all’empatia e all’affetto. Émile, quando finalmente andrà a trovare la nonna nella casa di cura, sarà sinceramente sconvolta trovandola ridotta a poco più di un vegetale, ma dopo, proprio per allontanare il disagio e il peso di questa esperienza, sarà pronta a delegarla alla nuova compagna di appartamento chiedendole di andare a trovare la nonna che ormai non riconosce più nessuno, in cambio di uno sconto sull’affitto.
Ma in fondo, nei ragazzi raccontati da Audiard, sono proprie queste fragilità l’indice di una inadeguatezza ad adattarsi del tutto alla logica cinica dell’amore usa e getta. È come se sotto la scorza ruvida, l’eloquio diretto e tagliente, l’ironica disinvoltura si nascondesse timido ancora un che di antiquato: un pudore trattenuto, una gentilezza impacciata, un bisogno di tenerezza. E forse ci spiega Audiard, dopo aver tracciato questa fenomenologia dei legami allentati e delle relazioni instabili e cool, il vero gesto anticonformista diventa così lasciare emergere i sentimenti, manifestare, senza vergogna, il proprio affetto, rischiare, una volta per tutte, di prendersi cura non tanto di sé, ma dell’altro.
Svenire d’amore in un parco pubblico, o urlare, come un ragazzino delle canzonette, “Ti amo” al citofono.
