The Old Oak è un vecchio pub squallido, in un quartiere altrettanto squallido e degradato di una cittadina del nord dell’Inghilterra, impoverita e divenuta marginale dopo il tracollo dell’industria mineraria, dove vegetano i resti di una woorking class abbandonata e sconfitta. Ma the Old Oak è anche Ken Loach, questo grande vecchio del cinema inglese che, indifferente a mode e trend, resiliente davanti a tutti i tracolli della sinistra, ai suoi compromessi e tradimenti, continua inflessibile nella sua fenomenologia cruda dei disastri prodotti dall’affermarsi del modello dell’economia neoliberista, ma nello stesso tempo, con una idealità non scalfita dalle disfatte, persiste nella sua tenace volontà di proporre la visione di un mondo diverso e migliore, prospettando, pur nel grigiore cupo e piatto dell’orizzonte del nostro futuro, la possibilità di un riscatto.
La trama, come spesso accade nei film di Loach, è scarna. Un gruppo di profughi siriani in fuga dalle devastazioni della guerra giunge, grazie ad un programma di accoglienza internazionale, in un fatiscente quartiere operaio, accolto dalla diffidenza, se non dalla aperta ostilità dei locali, aizzati nella deleteria guerra tra poveri che contrappone nel nostro Occidente impaurito e rancoroso i penultimi della scala sociale contro gli ultimi. TJ Ballantaine è il vecchio proprietario dell’unico pub rimasto, che, con la chiusura di tutti gli spazi pubblici, è restato anche l’ultimo centro di aggregazione della comunità, ed è combattuto fra un naturale sentimento di partecipazione alla tragedia dei rifugiati e l’inerzia e l’ignavia dettategli da una vita di fallimenti, che lo spinge per quieto vivere e interesse a non contrariare i suoi clienti abituali, contagiati da un livore sordo contro lo straniero. Sarà l’amicizia con una giovane profuga, che risveglierà in lui il ricordo delle vecchie battaglie combattute dal padre nelle grandi lotte operaie degli anni ’80 ai tempi del tacherismo arrembante, a spingerlo ad una scelta di campo coraggiosa, in nome di una antica e purtroppo dimenticata solidarietà fra chi è stato relegato al fondo della scala sociale. C’è una chiara coerenza nel cinema di Loach che si può felicemente constatare nel confronto fra le due ultime pellicole del regista inglese. In Sorry We Missed You, Loach aveva descritto con un realismo inflessibile la parabola di un disoccupato inglese che decide di mettersi in proprio diventando corriere a domicilio al servizio di una grande compagnia di spedizioni, secondo l’aureo principio neoliberista per cui ciascuno dovrebbe diventare imprenditore di se stesso, ma di fatto, in un ciclo perverso di autosfruttamento, assoggettandosi ad una servitù ancora più spietata, con ritmi di lavoro frenetici in un circuito di concorrenza disumana che lo annienta. Davanti a questa china che può sembrare irreversibile, la sola risposta possibile per il regista inglese è ritrovare la forza dell’unione e della solidarietà, che era stato il patrimonio più ricco della classe operaia del ‘900, tema che ritorna centrale in film come Io, Daniel Blacke o in quest’ultimo Old Oak. Certo, posta la questione in questi termini, sembra più di trovarsi di fronte ad un saggio di sociologia applicata che ad un film, ma Loach rimane probabilmente uno dei pochi registi contemporanei che è capace di fondere assieme il realismo asciutto e ruvido delle sue ambientazioni con la forza palpitante dei sentimenti che riesce a suscitare, la potenza del suo messaggio con la vividezza concreta di relazioni che ci toccano intimamente nella loro straziante umanità. Ci sono un paio di scene, centrali nell’economia del film, una, ambientata nella cattedrale di Durham, in cui TJ si confronta con la disperata speranza della sua amica siriana e l’altra che lo contrappone ad un suo vecchio amico che lo ha tradito, in cui i protagonisti rivelano nei loro discorsi una lucidità di analisi, una profondità introspettiva e di interpretazione del mondo che li circonda che sembra cozzare con la quotidianità banale di quelle situazioni, eppure Loach filma queste sequenze con tale attenzione alla scelta delle inquadrature e alla misura dei tempi, con una sensibilità per le sfumature, con un affetto per i suoi protagonisti che ce le fa apparire naturali, come se fossero colte nell’immediatezza di una presa diretta, come se fossimo trasportati lì, catturati dalla stessa commozione che quei momenti toccanti evocano per i personaggi coinvolti . Perché Loach è forse anche l’unico regista che ha il coraggio di costruire oggi un cinema retorico, dove la parola retorica non deve però essere intesa nel senso spregiativo di mera tecnica sofistica che riveste e abbellisce, con enfasi e artificiosità, contenuti vuoti, ma come quella forza che risveglia, in una combinazione calibrata di ragionamento ed emozioni, ciò che Platone chiamava nel Protagorail “pudore:” la capacità di indignarsi ancora davanti all’ingiustizia. Si parla molto dell’idealismo del cinema di Ken Loach e magari ci sarà chi potrà accusare questo, come altri film del regista inglese, di eccessivo buonismo (parola obbrobriosa, che si condanna già da sola). Viceversa, tutto il cinema di Loach e del suo abituale sceneggiatore Paul Laverty è attraversato da un profondo pessimismo della ragione. Il regista inglese sa già che la guerra è persa e che è vincente su tutti i fronti la strategia del nuovo neocapitalismo dell’economia flessibile, ovunque all’opera per segmentare e isolare le classi lavoratrici, spezzarne la forza di coesione, atomizzarne nei circuiti del consumo narcisistico e della competizione i componenti per mettere a profitto ogni istante dell’esistenza, capitalizzando poi disperazione e rancore utilizzati come innesco di una guerra intestina fra gli ultimi, che disperde ogni possibilità di redenzione. L’assalto al palazzo di Inverno è ormai impossibile. L’unica cosa che ci resta, sembra dirci il cinema di Loach, è ritagliare degli spazi, spezzare i muri della solitudine, rifiutare l’esclusione, ritornare a parlarsi, comprendersi e operare assieme pur se per piccoli e limitati obiettivi, non nell’etere virtuale autistico, ma nella concretezza dell’esistenza, preservare attraverso la solidarietà e l’amicizia dei luoghi franchi, come il vecchio pub di TJ. Difenderli e abitarli. Così, di fronte all’amarezza del Gran Kan che vedeva tutto precipitare verso la città infernale, rispondeva Marco Polo: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà. Se ce n’è uno è quello che è già qui: l’inferno che abitiamo tutti i giorni e che formiamo stando assieme. Due modi ci sono per non soffrirne; il primo riesce facile a molti: accettare l’Inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno non è Inferno e farlo durare e dargli spazio.” (Italo Calvino, Le città invisibili)
