Coyote vs Acme

L’inizio è folgorante e non potrebbe essere in maniera diversa. Siamo in pieno cartoon, nel mezzo dei deserti del Sud Ovest degli States tra canyon e guglie rocciose e il coyote (per noi rimarrà sempre Willy) si sta ingegnando con gli ultimi ritrovati dell’Acme per acchiappare Beep-Beep scontando nelle catastrofi che seguono due dei meccanismi attorno a cui si organizzano le sue sventurate avventure: lo scoppio ritardato e l’inesorabile destino per cui aggeggi che si impiantano ad un primo uso – provocando disastrose conseguenze per il coyote – si rianimano 2 o 3 episodi di caccia successivi, iniziando a funzionare egregiamente, ma, a questo punto, interagiscono perversamente  con i nuovi strampalati strumenti con effetti moltiplicatori delle disgrazie del povero coyote precipitato – in modo sempre diverso, in modo sempre più iperbolico, nel suo “inesorabile destino” . Ben caricati da pattini a razzo fantastici che si combinano con helllfire sganciati da F15 reali entriamo nel film di dave Green che purtroppo non manterrà le promesse.
L’idea è ottima, anche se non certamente originale visto che risale ad un articolo satirico pubblicato sul The New Yorker nel 1990. Willy, esasperato dal malfunzionamento dei prodotti Acme, decide di promuovere un azione legale contro la ditta nefasta, trasformatasi nel frattempo in una potente multinazionale, e progetta un piano ambizioso, la cui prima tappa è trasferirsi in città – che è il mondo reale. Il secondo step è trovare un avvocato che difenda le sue istanze. La sua scelta cade sullo studio legale “Avery, Jones & Maltese Justice” specializzato nella richiesta di risarcimenti per guasti ed anomalie dei prodotti Acme. La sua clientela, sfortunati clienti della diabolica azienda – ovviamente personaggi dei cartoon- si accontentano di qualche centinaio di dollari per dei patteggiamenti tombali. Ma Willy punta alto, novello Ernin Brockovich, vuole trascinare la multinazionale in tribunale, smascherare le sue trame, dare rilevanza nazionale al caso. Soprattutto portare sul banco dei testimoni Beep-Beep, probabilmente per recondite finalità culinarie.  La scelta dell’avvocato (c’era qualche dubbio) fallimentare : Kevin Avery (Will Forte) è inetto, disincantato, codardo e per di più maldestro quanto il suo cliente anche se è affiancato da una intraprendente praticante, Paige Avery che, per converso, è intraprendente, idealista, ingenua quanto basta per buttarsi a capofitto nella causa di Willy. Specularmente, d’all’altra parte della barricata, il team legale dell’Acme vede il colosso Buddy Cane (non a caso l’ex campione di restyling John Cena) arrogante e determinato, una specie di bulldozer che spiana in tribunale tutti gli avversari della multinazionale supportato dall’untuoso e servile Bill Pelicanos (P.J.Byrne). Su questo canovaccio iniziale delle coppie mal combinate contrapposte si sviluppa poi una complicata (troppo complicata) storia di intrighi, sperimentazioni perverse, progetti criminali, rapimenti e tentati omicidi che non è altro che un pretesto per coinvolgere una schiera di personaggi dei cartoon – da Titti a Bugs Bunny, da Foghorn Leghorn (Carlo il Gallo nei cartoni italiani) a Daffy Duck – in buffi siparietti e gag demenziali che coinvolgono umani e personaggi di fantasia. Sulla carta la cosa potrebbe anche avvincere – era stata la scommessa riuscita di Chi ha incastrato Roger Rabbit –  ma qui, se si eccettua qualche gag, qualche espressione diabolica o frustrata del Coyote, tutto viene ben presto a noia (almeno, penso, per un pubblico al di sopra dei 7 anni) perché saltano i presupposti imprescindibili della comicità dirompente del coyote. Il primo è la combinazione di due fattori contrapposti scontata prevedibilità/assoluta imprevedibilità delle situazioni strampalate che vedono protagonista Willy. Basta aver visto w cartoon per sapere che Willy non ce la farà mai, che le complicatissime macchinazioni che ha predisposto per acchiappare Beep Beep si ritorceranno perversamente contro di lui. Il segreto della comicità sta però nel modo sempre strabiliante con cui questo fatto acclarato accade. Ma perché funzioni questo dispositivo è necessaria un’altra fondamentale componete, la rapidità. Non si deve lasciare allo spettatore la possibilità di pensare, di immaginare conseguenze possibili, di  prevedere esiti. Prendiamo come esempio la straordinaria gag del tunnel dipinto sulla parete rocciosa. Willy  prepara la trappola, disegna l’apertura di una galleria sulla roccia – la predisposizione del marchingegno deve sempre prendere il suo tempo, dimostrare la cura minuziosa di Willy –  fa in modo che beep beep la scambi per un tunnel, è pronto per catturare l’uccello non appena si sarà schiantato contro la muraglia, e invece Beep Beep incredibilmente entra nella montagna, stupefatto Willy cerca di inseguirlo e viene travolto da un treno materializzatosi dal nulla. Pochi secondi: velocità è efficacia. La stessa gag è ripresa nel film. Sembra durare un tempo infinito, diventa arzigogolata e barocca non tanto nella preparazione, che andrebbe anche bene, ma proprio nella sua attuazione e quando arriva il treno – prevedibile e puntuale come uno Shinkansen giapponese – lo spettatore si è già addormentato.
Ma questo è il meno. C’è un altro vulnus che affossa il film di Dave Green. Il cartoon, inutile girarci attorno è crudelissimo. Non solo perché l’obiettivo manifesto di Willy è farsi arrosto Beep Beep (e va beh, tanto non ci riesce), ma per le sciagure a ripetizione in cui incorre il Coyote sfracellato, sparato, piallato, esploso, dilaniato, segato in due, polverizzato e via di questo passo. Certo come Ercolino sempre in piedi lo vediamo arzillo nell’episodio successivo, ingegnarsi per precipitare in nuove calamità, ma non possiamo nascondere la nostra gioia perversa nel vederlo ogni volta di nuovo soccombente.  Se l’epopea woke si fosse accorta di questa persecuzione avrebbe probabilmente messo al bando il cartoon a perpetua condanna dei soprusi contro i coyote vilipesi. Ci pensa però la sceneggiatura del film a colmare questa lacuna ed ecco che gli intrepidi avvocati della difesa scoprono le finalità malvagie della Acme che utilizzavano i poveri cartoon come cavie per testare i prodotti dell’azienda provocando inutili ed eccessive sofferenze. Ci viene subito da parteggiare per Foghorn – il CEO della Acme – che durante il processo dice una lapalissiana verità quando afferma che i personaggi dei cartoon sono resilienti e immortali e che tutte le crudeltà che devono sopportare, oltre che essere irresistibili, può essere anche che liberino nel riso altre cariche aggressive forse più pericolose (sì, a dire il vero, questo non lo dice, ma avrebbe potuto dirlo). Ma tanto è inutile, il film ha ormai preso una piega caramellosa che celebra fra occhi lucidi e grandi abbracci non solo l’amicizia fra un Kevin riscattato e un Coyote redento, ma addirittura una riappacificazione fra Willy e Beep Beep. E la promessa che comunque la folle caccia del coyote continuerà, in questo clima mieloso, non ci rassicura.

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