Se il suo antenato era andato sulla luna per riprendere il senno dell’amico Orlando, l’Astolfo di Di Gregorio sembra invece scendere dal pianeta diafano, tanto è ingenuo e innocente, per perdere qui, sulla terra, la ragione, per la migliore delle cause: l’amore.
Nobile decaduto e stralunato, l’anziano professore (Gianni Di Gregorio), sfrattato con grande tatto dalla sua casa romana, torna nel vecchio feudo di famiglia, nel palazzo avito, corroso e diroccato dal tempo, dall’incuria e dall’istinto predatorio dei vicini. Anche qui con grande gentilezza e discrezione, una perfida alleanza fra trono e altare (il sindaco e il parroco) si è appropriata di terreni e boschi e di ale intere della tenuta e della magione di famiglia. E in effetti seppur tutti sembrano comportarsi in modo urbano e gentile, il paesello di origine del professore (che tanto ricorda però il nostro mondo) ha tutte le caratteristiche del “natio borgo selvaggio” delle Ricordanze leopardiane citate dall’anziano al suo ritorno nella cittadina (“Vaghe stelle dell’orsa, io non credea tornare ancor per uso a contemplarvi sul paterno giardino scintillanti e ragionar con voi dalle finestre di questo albergo ove abitai fanciullo”) popolato com’è da “gente zotica e vil”, come il figlio e la nuora della bella e dolcemente svampita Stefania (Stefania Sandrelli) che cercano in ogni modo, per paura di veder intaccata la loro eredità, di ostacolare l’amore che sta sbocciando fra il professore e la donna. In fondo tutto questo film garbato, scritto e girato con semplicità e divertita leggerezza, si gioca sulla contrapposizione fra la ragione calcolatrice, utilitaristica, gretta dei più e la sprovveduta naiveté del professore e della sua scombinata banda di amici squinternati che trova con lui rifugio nel palazzo fatiscente. Ingenuità candida che non può che apparire al mondo come insidiosa follia. E, in fondo, perché negarlo, una vena di saggia follia attraversa questi personaggi, outsider disadattati, immersi nel presente dei loro giochi, dei loro pranzi caserecci, della loro tranquilla indolenza, dei loro senili innamoramenti anche se poi è un amore timido da adolescenti (ma adolescenti di una volta, bisogna precisare) quello fra il professore e Stefania con le agitazioni, i turbamenti, gli impacci e i palpiti dei primi incontri .
Si può così forse intuire un fondo di malinconia in questa favoletta delicata e lieve. Erasmo da Rotterdam, uno che di pazzia se ne intendeva, ci spiegava infatti come la follia offra all’anziano un soccorso misericordioso, spegnendoli il senno e facendolo tornare bambino, in modo da distoglierlo, compassionevolmente, dai rimpianti per la giovinezza perduta e dal pensiero cupo e ricorrente della morte.
