Se siete prevenuti nei confronti dei documentari perché li ritenete qualcosa da seconda serata in un palinsesto barboso di una rete televisiva culturale (ce ne sono ancora?), ricredetevi e correte a vedere Ennio. Concerto per voci e genio solista. Tornatore sceglie un impianto classico per il suo documentario, basandolo su una intervista fiume con il compositore che ripercorre tutto il lungo itinerario della sua vita, dall’infanzia difficile durante la guerra, quando era stato instradato, seguendo le orme del padre, alla carriera di trombettista, allo studio in conservatorio con Petrassi, iniziato alla purezza ermetica della musica colta contemporanea, all’arrivo in RAI e poi all’approdo al cinema. Le parole di Morricone risaltano nel contrappunto con interviste di amici, colleghi, attori, registi (un sollucchero solo scorrere il campionario di personaggi coinvolti) in un caleidoscopio di voci differenti che contestualizza, sottolinea, esemplifica, la voce del maestro, quasi un dialogo a distanza, il tutto montato con un ritmo veloce, ma calibrato, scandito dagli inserti delle molte pellicole animate, è proprio il caso di dirlo, dalla musica di Ennio. È un vero e proprio ripasso della storia del cinema degli ultimi 60 anni, inquadrato attraverso un taglio di prospettiva spesso svalutato o poco preso in considerazione. La voce di Morricone, pacata, affabile, ma sempre precisa nelle ricostruzioni delle diverse fasi del processo compositivo, ci conduce per mano nel vivo della creazione artistica, senza nessuna enfasi, come se stessimo ascoltando un semplice artigiano che ci spiega come si pialla una tavola o si cuce un occhiello. Infatti il punto di partenza per Morricone sono sempre problemi concreti (come rendere quell’effetto, come esaltare quella scena, come suscitare quelle emozioni) ma è da qui che poi la sua opera investe anche il mood generale del film su cui sta lavorando, anzi contribuisce in modo imprescindibile a suscitarlo in un rapporto dialettico con il lavoro del regista che non relega la musica ad un ruolo ancillare rispetto alle immagini e la parola, ma che spesso (pensiamo ad esempio alla celeberrima scena della corsa di Elli Wallach nel cimitero in Il Bello il Brutto e il Cattivo, all’introduzione di Un cittadino al di sopra di ogni sospetto o a certi passaggi cruciali di Mission) la rende protagonista assoluta, capace di innervare e dare forma a tutto ciò che vediamo. E questo può avvenire solo grazie ad una sapienza armonica, ad una padronanza compositiva che Morricone ci spiega nel modo più semplice e colloquiale possibile, facendoci capire quanto Bach, Rameau, Schubert, ma anche Schoenberg o Ligeti si possono nascondere in un, apparentemente, semplice passaggio fra due scene o in un sottofondo appena percettibile. Insomma, se vi piace il cinema (e la musica, ça va sans dire), due ore e quaranta di puro piacere, che passano senza neppure accorgersi, anche per merito, incredibili a dirsi, dello stesso Tornatore che cerca di ridurre al minimo la visibilità del lavoro di regia per far risaltare, assieme alla genialità compositiva, la commovente umanità di questo grande vecchio, la sua tranquilla modestia, la sua passione sempre viva, la sua curiosità mai sopita. Proprio a voler essere cattivi, solo negli ultimi 5 minuti Tornatore, non tenendosi più, sbrocca, e parte con un fuoco di artificio di lodi sperticate a cura di tutti i personaggi intervenuti. Inutile, che Morricone fosse un genio lo si era già abbondantemente capito. Ci piace pensare che Ennio avrebbe potuto sorridere con condiscendente bonarietà di tanta pirotecnica ridondanza. Sicuramente per una sua musica non avrebbe mai usato una nota in più (o una nota in meno) di ciò che era necessario.
