Tofu in Japan

Se considerate il tofu un alimento sciapo, di una dubbia consistenza gelatinosa, sempre sul punto di sprigionare un sapore che svanisce appena si annuncia sul palato è perché probabilmente non avete mai assaggiato il tofu che l’anziano Tatsuo Takano prepara con una cura meticolosa nella sua bottega di Onomichi, una cittadina sul mare vicina ad Hiroshima, secondo un rituale che possiede la  stessa naturale grazia della cerimonia del tè o dei gesti misurati di Hirayama quando deterge i bagni pubblici di Shibuya. I paralleli con il saggio Zen e il protagonista del film di Wenders finiscono però qui. Takano è permaloso e irascibile, brontolone e prevenuto anche se nasconde una sua riposta, molto riposta, gentilezza. Diciamo che non è neppure un personaggio particolarmente sfaccettato e la vicenda in cui è coinvolto non stupisce per originalità. Takano, dopo aver scoperto di avere seri problemi cardiaci, decide che è giunta l’ora di trovare un marito per la figlia, Haru, che è stata per anni la sua assistente devota. Per questo ricorre all’aiuto di una scombinata combriccola di amici arruffoni, incaricati di selezionare un campionario di possibili, ma improbabili, compagni per la donna. Se le buffe disavventure di questi sensali improvvisati, ispirati, con buona approssimazione, a Tardo Autunno di Ozu, costituiscono il lato comico della vicenda, l’affettuosa e un po’ impacciata relazione fra il burbero Takano e la dolce e saggia Fumie, una matura signora che Takano conosce nelle corsie dell’ospedale, occupa invece il versante sentimentale, complicato, si fa per dire, dagli attriti che nascono fra il padre e la figlia, poco propensa ad adattarsi al casting matrimoniale proposto dallo sbrigativo genitore.  La storia è esile, esile, una favoletta, fuori dal tempo (è quanto meno poco plausibile che Takano e Fumie siano reduci della tragedia di Hiroshima) che rimane sospesa fra un umorismo che non ha timore di ricorrere a facili stereotipi e un altrettanto facile sentimentalismo. Mitshuiro Mihara ha il merito di riuscire a mantenere l’equilibrio fra queste due componenti, cercando di bilanciare e soprattutto neutralizzare l’una con l’altra. Il tocco è delicato e tutto accade in modo lieve ed effimero sulla superficie. Con un po’ di indulgenza si sorride, con molta indulgenza ci si commuove. Certo il sapore complessivo – se non si è appena reduci da un viaggio in Giappone e tutto quello che ha a che fare con il Sol Levante appare meraviglioso – può risultare alla fine leggermente insipido, ma, confessiamocelo, dal tofu, sia pure quello della premiata ditta Takano e figlia, cosa potevamo aspettarci?

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