La chimera

Qualcuno fra i più arguti si sarà chiesto cosa c’entra nella locandina della Chimera di Alice Rohrwacher un uomo appeso a testa in giù con una gamba ripiegata. Provvido vi viene in soccorso il vostro umile recensore. Si tratta della dodicesima lamina dei trionfi dei tarocchi. La carta, come spesso accade per gli arcani maggiori, presenta un significato ambivalente (suppongo per lasciare qualche scappatoia al chiromante di turno). Da un lato indica inerzia, depressione, incapacità di decidersi, una situazione di sospensione, appunto, che dovrebbe richiedere una scelta risolutiva che non arriva. Dall’altro, l’immagine può rinviare ad un rovesciamento di prospettive, ad un cambiamento radicale del modo di vita, ma anche alla capacità di vedere il mondo da un punto di vista alternativo e divergente. Entrambe le letture si adattano ad Arthur, il misterioso protagonista del film di Rohrwacher, un uomo senza passato che, nelle prime immagini del film, vediamo risvegliarsi in treno da uno strano sogno, forse piombando però in un’altra fantasticheria onirica che è il film che stiamo vedendo. Il cinema di Rohrwacher ci abitua a non fidarci troppo delle nostre percezioni. Come per l’appeso dei tarocchi ciascuna immagine, almeno in apparenza, è quella cosa, ma potrebbe essere anche altro in una indecisione dei tempi e degli stati – tra veglia e sogno. Anche il carattere di Arthur è ambiguo: gentile e timido con le ragazzotte piuttosto intraprendenti che lo abbordano nello scompartimento, si rivela però poco dopo aggressivo e violento con un ambulante che lo aveva importunato. Poi l’incipit solenne dell’Ouverture dell’Orfeo di Monteverdi su cui scorrono i titoli di testa ci indica la via maestra per entrare nel mondo strano e favolistico che Rohrwacher ha preparato per noi, perché, in fondo, come per Orfeo, si tratterà anche per Arthur di un periglioso viaggio nel regno dell’Ade, un modo sofferto e inconcludente di elaborare il lutto per la perdita dell’amata attraverso un azzardato e fatale incontro con il regno dei morti. I suoi segreti, la sua fascinazione arcana.

Rohrwacher ha dimostrato, in altre occasioni, di avere una capacità non banale di creare mondi: chimere sospese fra la fiaba e realtà, il grottesco e il poetico. Qui ci prova soltanto, con risultati, in vero, piuttosto mediocri, portandoci nella provincia toscana degli anni ’80 dove un gruppo di arruffati tombaroli ha adottato Arthur, un inglese che, nonostante gli abiti stazzonati e probabilmente maleodoranti, ha le movenze un po’ svogliate del dandy. La profonda conoscenza dell’arte e del mondo etrusco, che si intuisce nel giovane, tradisce una cultura raffinata, come l’orologio d’oro portato con negligenza allude a natali non proprio proletari anche se nel presente Arthur vive come un profugo in una baracca di lamiera. Ma la banda squinternata, che sembra uscita da un film di clown di Fellini, apprezza in Arthur soprattutto il potere rabdomantico di captare la presenza di tombe etrusche, sepolte da millenni tra boschi e spiagge, che vengono poi prontamente saccheggiate per riciclarne gli arredi nel mercato sotterraneo delle opere d’arte attraverso la mediazione di un equivoco personaggio che costituirà, nell’avventura di Arthur, la figura sinistra dell’oppositore. E poi c’è una vecchia signora che vive in un antica villa cadente nella vana attesa della figlia morta, la sua domestica portoghese (brasiliana?) allieva di canto (terribilmente stonata, e bisogna dire che nemmeno con la recitazione se la cava benissimo) che nasconde la prole e insegna il linguaggio dei motti e l’amore a Arthur, le figlie della anziana, che sembrano le sorellastre di Cenerentola, e tutto un mondo rurale di sagre paesane, balere ruspanti, comuni femminili in stazioni abbandonate, contadini ottusi e cantastorie. Cinema più di atmosfere che di trama, quello della Rohrwacher trova in questo film i suoi momenti migliori (pochi) quando si approssima al confronto con l’invisibile, mantenendosi però rispettosamente sulla soglia, quale era spesso la funzione delle antiche tombe etrusche. Purtroppo, Rohrwacher non si accontenta solo di accennare, ma, preoccupata di essere assieme poco esplicita e troppo poco enigmatica, eccede in simbologie un po’ grevi e nel gusto per il beau geste dell’eroe che dovrebbe apparire spiazzante, ma risulta però prevedibile come la pioggia in novembre. In effetti, a ben vedere, forse l’elemento più debole del film è proprio il suo centro, il personaggio di Arthur che, nonostante gli sforzi di Rohrwacher tutti concentrati nel tentativo di mantenerne il fascino e l’ambiguità, emerge a tutto tondo come la figura, in vero un po’ banalotta, dell’eroe romantico, bel tenebroso, ribelle e maledetto, irresoluto e malinconico che, posseduto da una passione insana per la bellezza e afflitto da una tristezza irrimediabile, va incontro al suo destino. Per questo, nonostante la consueta esangue eleganza del cinema di Rohrwacher, il suo gusto pittorico per l’immagine, la capacità di intrecciare i tempi giocando sulle sospensioni e le prolessi che culmina nella purtroppo scontata chiusura circolare volta a svelare (quasi tutto) il mistero, la Chimera più che una magica illusione rischia di sembrare un prezioso, ma un po’ stucchevole, gioco illusionistico.

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