Quando in cielo si vede brillare l’esplosione di una Supernova le immagini che ci giungono dall’infinità degli spazi remoti ci mostrano una stella che è già morta, disintegrata nel nulla. Ci mostrano un vuoto. Così, per una persona afflitta da una corrosiva demenza senile, in apparenza, il suo corpo, i suoi gesti, forse, a volte, anche il suo sguardo, sono quelli di un tempo, ma sono animati ora da un’assenza. La persona che abitava quel corpo non c’è più e la cosa più tragica è che non si è trattato di un evento discreto, circoscritto, come può essere la morte, perché in questi casi si muore un po’ alla volta, si muore un po’ per volta. La coscienza si affievolisce, il vuoto si fa spazio.
Sam e Tusker, sessantenni, una vita insieme, l’uno musicista, l’altro scrittore, partono per un viaggio in camper. Le prime scene ce li mostrano complici prendersi gioco l’uno dell’altro, come è proprio delle coppie consolidate. Il regista H.Macqueen non ha fretta di chiarire lo scopo del viaggio, né la tragedia che lo sottende, ma ce li rivela con discrezione e misura, cifre di quello che sarà poi tutta la sua regia. Così come con empatia e pudore, ci mostra l’amore di Sam e Tusker messo alla prova da una malattia degenerativa che ha afflitto lo scrittore, destinato ormai ad una demenza senza rimedio. L’alternanza fra gli spazi ristretti, compressi, dell’interno del caravan o delle stanze dove dormono i protagonisti e gli orizzonti sconfinati delle moors autunnali o dei cieli stellati tanto amati da Tusker, astronomo dilettante, dà il ritmo al film, oscillante fra la cruda consapevolezza di una fine incombente e l’amaro struggimento dei ricordi di una vita passata assieme che è, nello stesso tempo, sollievo e tormento. Macqueen riesce a mantenere costantemente il controllo dello sviluppo drammatico, evitando facili cadute nel sentimentale. Se in Truman, un film per certi aspetti analogo a Supernova, era l’ironia arguta e amara che permetteva di aggirare questa trappola, nel film di Macqueen è invece la sincerità delle straordinarie interpretazioni di Tucci e Firth, la loro capacità di rendere l’angoscia parallela del malato che si sente dissolvere, ma anche di chi gli sta vicino che, pur nel suo immenso amore, non sa se saprà essere all’altezza del compito. Due interpretazioni che riescono a rendere e distillare goccia a goccia, senza patetismi, ma con autentico pathos, la lacerante sofferenza del dilemma: lasciami andare via; lasciami restare assieme a te.
