Avatar, fuoco e cenere

Il terzo episodio della saga di Avatar potrebbe in effetti essere rubricato come il secondo e mezzo. In diretta linea di continuità vediamo la famiglia Sully che sta cercando, ognuno a suo modo, di elaborare il lutto per la morte, nelle scene finali del precedente film, di Neteyam il figlio primogenito. Lo’ak è divorato dai sensi di colpa perché si sente responsabile della scomparsa del fratello, la madre Neytiri cova un odio cieco nei confronti degli umani che tende ad allargarsi anche al giovane Spider, adottato dai giganti blu, il padre Jake, da bravo marines, reagisce con prammatica e ottusa efficienza modificando le frecce na’vi con granate per prepararsi alla prossima battaglia. Nel passaggio fra il I° e il II° Avatar c’era stato un poderoso salto di scenografia dalla selva incantata di Pandora all’oceano impetuoso e brulicante di vita, sede del clan simil maori dei Metkayina. Qui ci troviamo invece nelle stesse contrade e lo spazio della novità è riservato agli esotici mercanti che arrivano presso le tribù dell’acqua con i loro fantastici galeoni alati trainati da meduse fluttuanti nel cielo e soprattutto ad una benvenuta infrazione nel manicheismo programmatico della serie con l’ingresso in scena dei Mangkwan una tribù di nativi inopinatamente cattivi, guidati da una feroce e spettrale matriarca. Certo non dobbiamo però pretendere troppo, perché i componenti di questo popolo della cenere adoratore del fuoco che sacrileghi sbeffeggiano la divinità di Eywa rispettano rigorosamente con le loro fattezze da selvaggi demoniaci il principio aureo del Kalos Kai Agathòs/Kakos Kai Aischros (belli e buoni/brutti e cattivi).
Poi d’accordo non dobbiamo aspettarci molto dallo sviluppo della narrazione: ancora il malefico Quaritch alla caccia dei Sully (anche se il riconoscimento della paternità di Spider sta progressivamente e prevedibilmente ammansendo se non proprio rammollendo l’avatar del colonnello) e i bruti balenieri che braccano gli enormi cetacei già pacifisti, qui transitati, abbastanza sbrigativamente per una specie che c’era stato spiegato nell’episodio precedente aveva nel DNA la mansuetudine, alla resistenza bellicosa. Ancora i Sully tutti per uno, uno per tutti, seppur con la complicazione dell’infezione razzista di Neytiri e la scena madre del sacrificio di Isacco (leggi Spider) che, nonostante gli improbi sforzi di Cameron per caricare la tensione con continui primi piani del coltellaccio nelle mani di Jake, risulta piuttosto stucchevole in un film della Disney visto che tutti sanno già come va a finire (non siamo mica in Sirat, signori!). Ancora Kiri che con i suoi poteri telepatici chiama a raccolta le creature di Pandore contro gli invasori e i cattivi in genere. Ancora e sempre la scazzottata finale fra Jack e Quaritch, questa volta fra i massi volanti sospesi sul fuoco (un nichelino per chi indovina chi ci finisce dentro).
Nulla da dire, in fin dei conti lo spettatore appassionato di Avatar, come di qualsiasi fumettone da James Bond a Tex Willer, lo frequenta per trovare delle rassicurazioni bilanciate da controllate sorprese che presentino però, prudentemente, solo manierate variazioni sul tema, più che scioccanti inversioni di rotta. Come è anche scontato che chi va a vedere Avatar non scelga di impiegare tre orette gagliarde del suo tempo prezioso per gustare la raffinatezza della scrittura dei dialoghi o la complessa architettura su più livelli narrativi dell’intreccio. Due sono gli atout che Cameron ha sempre sfoderato nella serie: la spettacolarità tecnologica che promette visioni avvolgenti più reali della più sconvolgente fantasia e il fascino dell’unitarietà di un mondo che si scopre passo a passo nella sua seduzione aliena, ma dove– anche qui: potere del riconoscimento – ogni tassello deve riconnettersi al quadro già conosciuto integrandolo, rendendolo più sfaccettato e intrigante, ma sempre rispettando una tranquillizzante coerenza d’assieme. E su questi due piani il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto. Diciamo che se nel precedente La via dell’acqua il picco di maggior coinvolgimento emotivo in un polpettone piuttosto soporifero (ma questa, come tutto del resto, è una opinione strettamente personale) era stata la riproposizione futurista della battaglia fra Acab e Moby Dick riprodotta (in sedicesimo) dal duello fra la baleniera cyberpunk dello spietato capitano Scoresby e il balenottero extraterrestre Payakan. Visto che gli era riuscita bene, qui di scontri fra cetacei e incrociatori della RDA ce n’è fino alla noia, senza grandi novità rispetto la puntata precedente. Dove, invece, la potenza visiva del IMax e la fluidità iperrealista dell’HFR a 48 fotogrammi al secondo danno il meglio è nelle battaglie volanti fra na’vi e mangkwan che ricordano, soprattutto quando gli stormi contrapposti si scontrano caotici fra i bagliori del fuoco nella notte, le allucinazioni di Bosch. Peccato che poi il tutto si concluda con il singolar tenzone finale fra Jack e Quaritch durante il quale suppongo che chi ha più di 8 anni cominci a scrollare il cellulare o a dedicarsi ad altre attività compatibili con il buio della sala. Sul versante dell’esplorazione del mondo di Pandora nuove meraviglie si disvelano apportando un po’ di linfa fresca. Peccato sia fugace e con una funzione di semplice ponte narrativo l’arrivo dei Windtraders nel villaggio dei Metkayna perché le scelte di scenografia sono accattivanti e la loro venuta, quasi ricordando l’ingresso di Melquiades a Macondo, evoca nei nativi un misto di meraviglia e stupore infantile, di fascinazione e sospetto. Ma Cameron non segue questa pista promettente (chissà nei prossimi episodi…) e i poveretti sono solo carne da cannone per i mangkwan, altra new entry. Anche questa nuova presenza, quanto meno perché inquieta l’immacolata purezza degli abitanti di Pandora, è ben accolta: certo raffigurare questi pirati del cielo a mezza via fra pellirossa e zombie non so se possa passare tutti gli occhiuti controlli del politically correct, ma è un conflitto di principi che spesso si presenta nel mondo di Avatar. Interessante è anche la figura della matriarca che guida i predoni e conquista la parte centrale delle locandine ipotecando il titolo del sequel. Perversa dominatrice sadica Varang sembra immettere anche una scossa di inquietante erotismo nel casto mondo di Pandora dove le donne in genere sono fattrici e guerriere. Come è prevedibile Cameron non si spinge però troppo oltre e più che suggerire amplessi sfrenati fra Quaritch e la diavolessa – che forse saranno forieri di nuova prole meticcia per rinforzare le faide parentali molto su cui si regge in gran parte la narrazione di questo franchise – non va.

E, per parlare della parte del bicchiere totalmente vuoto, arriviamo infine alla vexata quaestio dello sfondo ecologista new age della serie. In altra sede ho già spiegato come la contrapposizione sbrigativa fra i retti e puri na’vi  e gli umani insensibili, sprezzanti, spietati, mossi solo dalla brama di potere e denaro, senza che si instilli il germe del dubbio, senza che si approfondisca la relazione accennando ad un minimo di complessità serve solo a liberare la coscienza dei semplici. Nessuno può identificarsi con un sadico brutale e smanioso di sangue e ricchezza come il capitano della baleniera (anche se di questi tempi comincio ad avere qualche dubbio…) mentre tutti noi amiamo i cuccioli, le piante e la natura in genere, quindi, noi stiamo con i buoni, ci identifichiamo immediatamente con i buoni, noi siamo i buoni. Mentre se proprio si volesse suscitare un po’ di coscienza ecologica in un blockbuster (mica è obbligatorio) si dovrebbe ingenerare proprio il sospetto opposto. Altrimenti siamo solo dentro un’operazione di marketing legittima, ma un po’ meschinella perché, appunto, mira a raggirare i semplici.

Appurato questo, per far scappare a gambe levate gli sventurati giunti fin qui, vorrei invece concentrarmi per lo spazio di poche righe sul retroterra filosofico che sottende il film di Cameron. Pandora è un cosmo vivente dove tutti gli enti che vi risiedono e lo compongono sono come le infinite onde di un unico mare, modi finiti (mi azzardo ad usare un lessico spinoziano) di una sostanza/natura infinita che in tutti si esprime e in nessuno si esaurisce perché la sua potenza circola e permea ogni cosa. Il problema non è tanto questa idea guida, di cui potremmo individuare una genealogia illustre, per rimanere solo in Occidente, dal Logos degli stoici, al deus sive natura di Spinoza, allo slancio inesausto dell’Evoluzione creatrice in Bergson (e chi più  ne ha più ne metta), ma il modo peregrino in cui viene declinata nei  film di Cameron che trova in questo ultimo episodio uno ulteriore imbarazzante involuzione. Il principio primo del panteismo che sottende il mondo di Pandora è l’impersonalità del divino, la sua radicale distanza da ogni visione antropomorfica, da ogni concezione finalistica visto che il divino risiede in ogni cosa che assume per questo lucentezza e necessità assolute. Nel primo film i na’vi ringraziavano la loro divinità solo per i suoi doni e quando si manifestava una reazione del pianeta agli attacchi umani questa sembrava più la risposta immunitaria di un organismo infettato da un batterio esterno che il miracolo prodotto da una intercessione dell’eletto come appare in questo film con una netta regressione volta a solleticare l’implicita superstizione dello spettatore invece che rimanere fedele ai presupposti teorici del mondo che l’immaginazione creatrice di Cameron e compagnia aveva generato. Quando poi quando Kiri cerca di connettersi ad Eywa tocchiamo il fondo: la piccola in trance si avvicina sospinta dai fratelli verso il cuore più profondo della verità, verso la tenebra luminosa della selva dove si nasconde la Dea inseguita da Atteone negli Eroici Furori di Bruno e chi ti trova? Un inguardabile faccione bianco di donna che volge il capo. Ma dico, con un film che è costato 400 milioni di dollari, che ha mobilitato legioni di 3D modeler di CG Animator, di Texiture Artist, Machmove Artist, Production Designers e poi creativi di ogni specie, di esperti di mitologia e backstory e si può supporre anche filosofi, mistici, sciamani, possibile che non sia venuta fuori un’idea migliore di questa grossolana caricatura. Ma va beh, continuiamo così, facciamoci del male.

 

 

 

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