Blues lenigradese, il film di Aleksey German Jr. rinuncia programmaticamente alla tradizionale progressione tripartita della sceneggiatura per scegliere una divisione in sezioni, i giorni di una settimana che, senza nessuno sviluppo interno, ripetono, come seguendo il giro d’accordi di uno scandito riff, una giornata tipo, nei primi anni ’70, dello scrittore russo Dovlatov. Le sue avvilenti peregrinazioni per le case editrici nel tentativo vano di vedere pubblicati i propri libri, l’umiliante impiego come giornalista in una gazzetta operaia, dove i suoi articoli vengono costantemente cestinati perché poco edificanti e non consoni a declamare i successi del proletariato sovietico, la ricerca di una grande bambola tedesca per la figlia, ed infine le interminabili serata nei circoli culturali alternativi di Leningrado, a bere, fumare, ascoltare jazz, chiacchierare d’arte e letteratura assieme ad una bohème di artisti e letterati marginali e reietti, appena tollerati da un regime tanto soffocante quanto meschino, che ha perso anche la grandezza tragica e terribile del totalitarismo staliniano, ma mantiene la pretesa di affidare a grotteschi burocrati la valutazione di ciò che può essere definito arte. Un senso di oppressione trasuda dalle immagini di German: attraverso la ripetizione, l’atmosfera asfittica, la costante impressione di girare a vuoto, il regista ci fa rivivere la frustrazione deprimente che permea l’esistenza di una generazione alla deriva, impigliata in una realtà che sopravvive ormai solo della goffa simulazione degli ideali rivoluzionari, in cui più nessuno crede. Ma forse, ancora più della struttura narrativa, è la costruzione dell’immagine che ci trasmette questo senso di cupo internamento: inquadrature stipate, dove i personaggi sembrano soffocare, accavallandosi; movimenti di macchina e carrellate laterali che, più che dilatare, comprimono ulteriormente lo spazio, mentre l’uso di filtri nei pochi esterni, per lo più vuoti e spogli, in evidente contrapposizione con l’affollamento degli interni, accentua l’aspetto di desolazione ed estraneità. Tutto impeccabile, anche la recitazione misurata di Milan Maric nella parte di Dovlatov, che posticipa costantemente la rabbia, inghiotte l’afflizione, riesce a godere dei rari momenti di solidarietà e partecipazione nella comunità un po’ schizzata di emarginati che trovano nella passione per la letteratura e l’arte l’unico antidoto per conservare un minimo di santità mentale. Tutto però, è inutile nasconderlo, risulta anche, proprio in conseguenza delle scelte costruttive del film, piuttosto prevedibile. Come dire che, dopo un quarto d’ora, quello che c’era da capire, si è capito e l’immancabile, e scontata, didascalia in sovrapposizione del fermo immagine finale, che ci informerà dell’espatrio di Dovlatov, della sua morte in giovane età in terra straniera, del suo successo postumo, sarebbe già potuta giungere a quel punto. O poteva giungere allo scoccare dell’ora, dell’ora e mezza, delle due ore e così via: non essendoci sviluppo, non c’è compimento.
E così, è difficile nascondere che, pur se ammirati dalla sofisticata regia di Aleksiey German, dalla raffinata fotografia di Lukasz Zal, qualche cedimento alla distrazione è in agguato e quindi fra la scadenza delle prossime bollette e l’appuntamento del dentista, può anche venire in mente: “Ma tutta questa frustrazione, tutto questo malessere, tutta questa sofferenza, per avere poi alla fine vent’anni di Putin?”
