La città proibita

Potremmo dire che ci troviamo di fronte alla questione di Mr.Mxyzptlk. Si sa che Superman è dotato di poteri illimitati, perfora montagne con la sua forza sovraumana, fonde i metalli con la vista calorifera, strizza pezzi di carbone trasformandoli in diamanti, viaggia fra i pianeti a velocità prossime a quelle della luce, può resistere ad esplosioni termonucleari e immagazzinare nella sua memoria tutti i libri del mondo per poi ripeterli all’ultra velocità. Un po’ troppo per acchiappare solo qualche rapinatore maldestro e quindi bisogna trovargli dei nemici alla sua portata, come ad esempio Mr.Mxyzptlk questo folletto proveniente dalla quinta dimensione che grazie ai poteri di una scienza che è magia può semplicemente tutto e rovescia il banco di un gioco altrimenti fin troppo scontato.

 L’incipit del film di Mainetti è trascinante. Dopo un prologo che ci mostra, in un villaggio cinese da cartolina esotica, un papà che allena le due figliolette alle arti marziali mentre la voce fuoricampo (o erano didascalie? boh…) ci spiega la rigidità totalitaria della politica del figlio unico che impediva alle famiglie del celeste impero marxista di procreare più di un discendente, siamo proiettati in un ambiente tetro e distopico di sotterranei cupi che sembra uscito da un film di James Bond sul pericolo giallo, dove assistiamo alla selezione di alcune povere ragazze orientali, costrette da una perfida megera cinese a denudarsi per essere destinate al racket della prostituzione. La più carina si ribella e scatena l’inferno. In una sequenza vorticosa dai sotterranei a rampe labirintiche di scale, agli ambienti torbidi di un bordello fino alle cucine fumanti di un ristorante cinese, si infiamma un combattimento senza esclusione di colpi dove la ragazza fa scempio fra balzi e piroette di orde di fanatici praticanti delle arti marziali che cadono come birilli sotto i colpi letali della donna alla disperata ricerca della sorella, che si intuisce risucchiata in un giro di prostituzione, in una replica della furia distruttrice della Sposa nei confronti degli 88 folli, con la sola differenza che al posto della katana la bella cinesina utilizza contro i suoi nemici padelle, coltellacci da cucina e pentoloni d’olio bollente per poi sbucar fuori trafelata, non negli intricati vicoli di Shangai, ma in una colorata e casinara Roma multietnica nel vivo del suk di Piazza Vittorio. Il meglio del film di Mainetti è tutto in questa sequenza, il resto sarà un intreccio non molto convinto di temi che rimarranno per lo più accennati, senza che sceneggiatura e regia si decidano per quale via scegliere. C’è il revenge movie, il romanzo sentimentale e quello criminale, l’affresco multietnico e le problematiche relazioni genitore figlio e poi c’è anche questo problema che, una volta attestata l’invincibilità, come superman, di Mei, bisogna inventarsi qualcosa per portare avanti la storia e giustificare un altro po’ di massacri di cattivi fino al duello finale con il villain di turno, in questo caso Mr. Wang, il flemmatico boss del racket cinese.

Mainetti sceglie a questo punto la via più facile, quella di tratteggiare la nascente storia d’amore fra Mei e Marcello, il figlio del proprietario del ristorante che sopravvive come un incongruo bozzolo di romanità verace nel mezzo del crogiuolo variopinto di etnie che popolano il quartiere esquilino. Marcello è un mammone, prigioniero delle cucine e del passato, risentito contro il padre che è fuggito con una ragazzetta orientale (la sorella di Mei) e contro la vita che non sembra promettergli nulla. L’incrocio devastante con Mei – devastante perché con modi non proprio urbani la ragazza lo màzzola per bene al primo incontro per estorcerli delle informazioni sulla storia fra la sorella e il padre di Marcello – rivoluzionerà la sua vita, ma anche, dopo un po’ di vicissitudini contrastate, la vita della ragazza. Poi, come in ogni avventura che si rispetti ci vogliono aiutanti e antagonisti. Meglio se ambiguamente condensati in un’unica figura. È il caso di Annibale, un sordido, ma in fondo patetico personaggio interpretato con la consueta indolente causticità da Giallini: un piccolo boss della mala romana, amico storico ma interessato del padre di Marcello, neppure troppo segretamente innamorato della madre (Sabrina Ferilli che inanella un nuovo ruolo de romana de Roma), protettore sospetto della famiglia, nemico giurato dell’immigrazione che per altro sfrutta biecamente speculando sulla miseria dei nuovi venuti, che sono invece, ça va sans dire, serenamente accolti fino a diventare fraterni amici dei “buoni” della compagnia. Se questa cordiale apertura al diverso rischia di apparire molto cliché e un po’ stucchevole, più interessante sembra il livore e il disprezzo di Annibale, proprio perché incarnati da un personaggio, nonostante la sua arroganza, malinconico e perdente, anche fisicamente un relitto di vecchi tempi destinati ad essere cancellati dall’incombere del nuovo. A Giallini spetta infatti la più bella, incongrua, struggente scena del film a cantare alla pianola  in karaoke, mutande, canottiera, pedalini e pantofole, La canzone dell’amore perduto di De André davanti ad un pubblico osannante e immaginario. Ma, come accade per altri spunti del racconto, dopo aver accennato a questa possibile prospettiva, Mainetti se ne va da un’altra parte. Quanto rapida e spericolata appare la regia nelle sequenze di combattimento che puntellano la narrazione, tanto, come si è capito, stenta a tirare le fila della vicenda, rimanendo sospesa fra le tinte forti e le caratterizzazioni semplici del fumetto e un maggior scavo di indagine psicologica dei personaggi. Si hanno così repentini cambi di stati d’animo e situazione che, se possono essere tranquillamente accettati in un gongfu movie, risultano quanto meno stridenti all’interno di una vicenda che cerchi di riportare, con un minimo di realismo, l’evoluzione dei personaggi. E allora, se si può sorvolare sul fatto che Mei nella sequenza precedente zoppichi acciaccata dopo un combattimento sfortunato contro legioni di nemici e in quella successiva corra i 100 m in 9’99 netti per inseguire il malvagio e poi librarsi in volteggi aerei che neanche Juri Chechi al meglio della forma, risulta un po’ semplicistico, per non dire cinematograficamente banale nella sua scontata citazione da Vacanze Romane, che basti un giro in vespa per la Grande Bellezza di una Roma notturna per sciogliere in amore la diffidenza aggressiva di Mei nei confronti di Marcello. Forse un possibile legame per tenere assieme i diversi sentieri tracciati avrebbe potuto essere quello di approfondire il tema dei rapporti contrastati fra genitore e figlio. Da lì si era partiti nelle emblematiche scene iniziali e a lì si ritornerà nel finale circolare, passando dalla frustrazione di Marcello nei confronti del padre, che sembra non solo aver abbandonato la famiglia, ma anche averla completamente dimenticata, alla speculare amarezza di Mr.Wang  che nasconde dietro la sua gelida efferatezza il cuore spezzato di un padre afflitto per il ripudio del figlio prediletto, fino all’ambigua figura di Annibale che si atteggia a premuroso padre putativo di Marcello, oscillando fra affetto peloso e manipolazione protettrice. Ma i fili rimangono sparsi e scomposti, senza che ci sia uno sforzo per riannodarli assieme. Mainetti sembra così rimanere prigioniero della sua coazione a ripetere: innestare un’ottima tecnica e citazioni alla seconda o alla terza potenza (Tarantino che cita i revenge movie, che citano i gongfu movie… ) su un contesto casereccio fra banda della Magliana, Zerocalcare e Sordi/Verdone per poi vedere l’effetto che fa. Forse un po’ più fiducia nei propri mezzi, non indifferenti, gli permetterebbe di tentare qualcosa di nuovo. Se non altro un diavoletto beffardo come Mr.Mxyzptlk per rovesciare i giochi, al terzo capitolo della saga (dopo Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out) un po’ troppo prevedibili.

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