Inghilterra 1694, una dimora nobiliare immersa in una campagna perfetta e luminosa, come in una pittura di un vedutista del XVIII secolo o, probabilmente in modo più calzante, in un quadro metafisico predatato alla prima età dei lumi. Un affermato pittore è ospitato assieme ad una compagnia di indolenti e annoiati gentiluomini dal padrone di casa Mr. Herbert e dalla sua signora. Mr.Herbert deve assentarsi per imprecisati motivi e la moglie decide di donargli dodici vedute della tenuta, dipinte dal pittore Neville, utilizzando il periodo dell’assenza del signore per dare all’artista l’opportunità di portare a compimento l’opera. C’è però l’inghippo che l’artista, affermato e molto ricercato sul mercato, è spudoratamente caro e la signora, che non può evidentemente accedere in modo autonomo alle ricchezze del marito, è costretta a firmare così con lo scostante e altero pittore un contratto dove integra la magra ricompensa con l’accordo “di incontrare il signor Neville in privato e soddisfare le sue richieste in merito al suo piacere”. Ma il lavoro dell’artista sarà ostacolato da una serie di perturbanti imprevisti, attorno a cui si aggroviglierà lo sviluppo dell’azione.
L’impossibilità di poter attingere ad una rappresentazione oggettiva del reale e il conflitto delle interpretazioni, la lotta di classe e la guerra fra i sessi, il conflitto fra la volontà di controllo e la potenza della manipolazione sono i temi che si intrecciano con i misteri del giardino.
Luminoso e apparentemente rasserenante nello splendore sobrio delle sue immagini, che entrano però in corto circuito con la musica ipnotica di Nyman, lineare e oggettivo nello sviluppo, anche se disseminato di tracce depistanti, il film di Greenaway è scandito in modo netto da due fasi. Nella prima, in maniera chiara ed esplicita, è Neville che conduce il gioco. Impone il contratto umiliante alla signora Herbert, godendo in modo spiccio e autoritario delle sue grazie, così come cerca di ingiungere la sua prospettiva d’ordine razionalizzante alla tenuta, secondo gli ordini perentori che detta per la piena riuscita dei suoi disegni, obbligando tutti gli abitanti della proprietà di Mr Herbert, greggi comprese, a lasciare sgombre e nitide le prospettive del palazzo ritratte. Neville inserisce nel reticolato del suo quadrante ottico, di cui si serve per ritrarre la tenuta, il mondo esterno per dominarlo, costringendolo e fissandolo nella esatta riproduzione della sua visione. La volontà di potenza di Neville, nasconde però un senso di inferiorità. È l’unico borghese nella compagine aristocratica – differenza marcata anche dalla foggia e dal colore degli abiti: sfarzosi e bianchi immacolati quelli della nobiltà, austeri e nero penitenziale quegli dell’artista. Cattolico, irlandese – in contrapposizione ai dominatori, protestanti inglesi, Neville è obbligato a lavorare per campare (anche se sublima questa attività nei valori superiori dell’arte), mentre i nobili vivono nell’ozio e nello sperpero. L’artista cerca di tenere testa nelle conversazioni salottiere ai suoi interlocutori aristocratici, ma la sua arguzia brillante è solo un palliativo che non scalfisce la differenza sociale e i reali rapporti di forza. L’unica possibilità che Neville ha per ottenere un vero prestigio e una riconosciuta autorevolezza è così affermare il suo ruolo di maschio dominante sulla donna (la signora Herbert costretta da lui a ruvidi incontri erotici) e attraverso questo espediente pensa illusoriamente di poter stringere una solidarietà indiretta con il gruppo dei signori.
Solo che lo sguardo oggettivo dell’artista, corrispettivo della sua volontà di controllo razionale sul reale, viene ben presto alterato dall’emergere di frammenti disancorati che turbano l’ordine oggettivo della sua visione. Dato che era Intenzionato a riprendere le diverse prospettive della casa in ore differenti della giornata, il pittore aveva dato ordini perentori che nulla interferisse con la sua vista e che gli scenari ritratti rimanessero immutati nel tempo. Ed invece, insubordinati e beffardi, alcuni dettagli cominciano a intrufolarsi sullo sfondo nelle successive riprese del lavoro, perturbando i quadri originari. Una veste stracciata, una giubba, degli stivali da cavallerizzo appaiono inquietanti ed ambigui a turbare l’ordine geometrico e la perfetta simmetria delle inquadrature di Neville. L’artista potrebbe rimuoverli, ma la sua volontà di dominio è inflessibile. Il modo per cancellarli è farli rientrare nel reticolato della rappresentazione, mossa che rivela una straordinaria fiducia nelle capacità ordinatrici della visione oggettiva, senza rendersi conto però delle potenzialità dirompenti che questi segni disarticolati incorporano, virtualità sibilline che sembrano fatte apposta per far scattare il conflitto delle interpretazioni. E’ propria questa equivocità dei segni imprevisti che la signora Talaman, la figlia della signora Herbert, richiama all’artista, suggerendo una propria insinuante interpretazione. Le infrazioni fissate nell’oggettività dei disegni potrebbero essere gli indizi di un crimine al cui centro potrebbe trovarsi lo stesso Neville. L’artista oscuramente comprende che si sta profilando una minaccia all’orizzonte e per ottenere la protezione della signora Talaman stringe con lei un nuovo contratto che da via alla seconda linea di sviluppo della narrazione. Ora sarà Neville oggetto del piacere di Mrs Talaman, ma il rovesciamento della parti non offre la protezione sperata all’artista. Al contrario, Neville non può esimersi dal registrare nei suoi disegni un proliferare di nuove tracce che fanno ora segno verso l’adulterio che Mrs. Talaman perpetra nei confronti dello sfrontato e imbelle marito, giacendo con il giovane pittore.
Nel frattempo gli indizi oscuri registrati nelle prime tavole di Neville si concretizzano, con il ritrovamento del cadavere del signor Herbert, agnizione che porterà ad un nuovo capovolgimento di prospettiva. D’ora in poi non sarà più il pittore a controllare, attraverso il tramite della sua visione ferrea, la scena, ma sempre di più Mr. Neville apparirà come oggetto e vittima di una manipolazione, cessando di essere il soggetto della narrazione per diventare oggetto, mentre si intuisce che fin dall’origine era la coppia delle due donne che aveva ordito un piano per potersi servire dei vigorosi lobi del giovane artista, oltre che per il loro personale piacere, per assicurare una discendenza alla signora Talaman – cosa che il signor Talaman, arrogante quanto impotente, non poteva certo garantire. In questo modo alle donne, rispettivamente non troppo inconsolabili vedova e orfana del signor Herbert, tutrici del futuro rampollo di casa Talam/ Herbert, frutto degli incontri carnali con il pittore, sarebbe andato il controllo generale sulla proprietà.
Una volta che la narrazione ha preso questa piega, non è poi più così importante stabilire chi sia l’assassino del signor Herbert (rimane il mistero, in verità poco misterioso).
Possono essere state le donne – ribadendo in questo modo il loro potere occulto – o qualcun altro degli aristocratici frequentatori di Compton House. Certamente non Mr. Neville, che però, per capriccio del destino o gioco occulto dei suoi detrattori, risulta, a causa della sua pervicace volontà di oggettività, l’imputato principale. Del resto, una sorta di hybris domina l’artista che, dopo essere fuggito dalla residenza, per non essere sospettato della morte del padrone di casa, come se fosse invece il vero colpevole, ritorna con un pretesto sul luogo del delitto, convinto ottusamente della sua capacità di controllo sul reale e del suo ascendente sulla signora Herbert, ma, come era prevedibile, questa sua ostentata sicurezza, lo condanna. Ormai ha svolto il suo ruolo di fuco e le donne mantidi non si peritano neppure di sopprimerlo, lasciando il compito agli aristocratici che non l’avevano mai accettato come loro pari. Inoltre tutti, ciascuno per ragioni proprie, avevano buoni motivi per farlo sparire e distruggere i suoi disegni, con le tracce dell’assassinio di cui ognuno di loro avrebbe potuto essere il colpevole.
E fra i disegni anche l’ultima veduta del lato sud della villa, quella che raffigura un monumento equestre che Neville disegna privo di cavaliere. Ma chi è quel cavaliere assente se non quell’uomo statua, bizzarro ed errante, che fin dall’inizio del film si aggirava enigmatico per il giardino, visibile solo allo spettatore (ed al nipotino di Mr. Talaman), ma invisibile a tutti gli altri?
Neville coglie finalmente il macroscopico elemento di disordine, la casella mancante che non può essere ricondotta a sistema. L’uomo statua è l’indizio inconclusivo, la traccia depistante, il segno che non significa. Il resto irriducibile della razionalizzazione.
Neville l’ha alla fine capito. Ma è ormai troppo tardi.
