L’insonnia è per Freud spesso connessa ad uno stato di alessitimia: la condizione propria di coloro che non solo sono restii a vivere le proprie emozioni, ma spesso non riescono neppure a descriverle o nominarle. L’approssimarsi della notte, l’avvicinarsi dell’emergere fantasmatico della propria componente pulsionale è vissuto così con una carica di ansia latente che ritarda l’incontro con l’incoscienza del sonno e con il levarsi degli spettri dell’es.
Hae-joon è un detective abilissimo, una sorta di mito nel distretto di polizia della caotica Busan dove lavora, visto la quantità dei casi che ha risolto. Hae-joon è taciturno, distaccato, esangue e… soffre di insonnia. Ogni settimana torna casa, nella piccola cittadina marittima di Ipo, dove vive con la moglie a cui è legato da una relazione che è difficile definire passionale, considerato che la donna teorizza di fare sesso una volta alla settimana, ma solo a fini terapeutici, per ridurre il rischio dell’ipertensione. Un giorno Hae-joon deve affrontare un caso apparentemente semplice. Un uomo è precipitato da una ripidissima vetta che aveva scalato in solitaria, schiantandosi al suolo. Tutti gli indizi sembrano convergere verso la disgrazia o il suicidio. Hae-joon e il suo assistente arrivano sul luogo nelle ultime ore della notte che virano lentamente verso l’alba. La conformazione sinuosa del picco della tragedia, che sembra uscita da un incubo di Moebius, le luci livide della notte, minuscole formiche che passeggiano sulla cornea vitrea del morto, tutto conferisce alla situazione un atmosfera onirica, come a sottolineare l’attraversamento di una soglia. Siamo dalle parti di un sontuoso noir ed infatti, presto, appare una misteriosa femme fatale, la bellissima Soo-Rae la moglie del defunto, d’origine cinese e molto più giovane di lui, che non sembra punto coinvolta dalla tragedia – anche perché, si scopre ben presto – il marito la picchiava brutalmente. Indiziata ideale, come sottolinea il collega di Hae-joon, se non fosse protetta da un alibi che sembra però destare sospetti proprio per la su inattaccabile solidità. Indiziata ideale anche perché la donna non cela in nessun modo la sua insensibilità indifferente, schermo opaco di una non comune capacità di manipolazione, durante gli interrogatori di Hae-joon, raffinatissimi giochi formali nelle riprese impeccabili di Park, a mezza via fra la partita a scacchi e una muta schermaglia di seduzione reciproca.
Si è richiamato spesso l’Hitchcock di Vertigo per parlare di quest’ultimo film di Park Chan-wook. Un film sull’ossessione, sulla mania quasi folle che si impadronisce del detective e lo spinge a pedinare la donna, a proiettarsi come un fantasma nello spazio notturno della sua vita, a diventare docile strumento consapevole dei suoi inganni anche se Park è troppo abile e sottile per scoprire le sue carte e si diverte a aggrovigliare gli intrighi e i sospetti, a mantenere sospeso il dubbio sulle reali intenzioni della donna, avvolgendo il racconto in una nebbia di ambiguità (la stessa di una vecchia canzone coreana, centrale nella colonna sonora), sempre pronto, come nel finale, a sovvertire le previsioni dello spettatore. Ma il noir elegante, che si svolge con movenze classiche, anche se la sua struttura viene via via prosciugata da un lavoro di distillazione delle forme che giunge quasi ad un livello di astrazione del genere, è però, a ben vedere, solo l’involucro per la struggente e appassionata storia di un amore impossibile. Un amore fra due persone che sembrano congelate nei propri sentimenti: Park Chan-wook ce le mostra nelle straordinarie immagini a split screen degli interrogatori, dove con una ricercatezza vertiginosa il regista costruisce dei campo/contro campo con immagini affiancate: i personaggi l’uno di fronte all’altro, entrambi chiusi in un’analoga impenetrabilità impassibile, come però incrinata da una fragilità nascosta. E allora, più che Hitchcock, il film sembrerebbe ricordare Wong Kar Wai e l’infinito, estenuante, ricercarsi dei corpi di In the mood for love: l’inseguirsi e lo sfiorarsi dei due amanti inconfessati, la complicità dei non detti e dei non agìti. Un reciproco spiarsi malcelato, un lento rincorrersi, dove la ricongiunzione è sempre differita, appena accennata, ma poi perduta. Come per Tony Leung e Maggie Cheung del film di Wong Kar Wai, anche per il poliziotto (Park Hae-il) e la bella Soo-Rae (Tang Wei) la dimensione dell’incontro è sempre quella della posticipazione, del rimando, che conferisce al film una struttura formale duale, ripetuta. Come se le cose accadessero sempre due volte, si presentassero sempre in due versioni diverse, ma analoghe, perché mai possono coincidere in una unità. Due storie, due mogli, due mariti uccisi, due scalate sulla vetta del delitto, due inseguimenti di delinquenti, due lingue (il coreano dell’ispettore, il cinese della donna) che non riescono mai a tradursi perfettamente l’una nell’altra dando corpo a tragici fraintendimenti, due cellulari, due auto che percorrono la stessa strada lungo una costa sabbiosa. L’identica inquadratura ripetuta di una donna e di un uomo contro il mare al tramonto su di una spiaggia. E il raddoppio è anche dato dagli apparecchi di registrazione (iphone, iwatch) che dovrebbero fissare il dato ma che, come accade per i traduttori automatici, pur nella loro fedeltà digitale, confondono più che fornire tracce certe, distanziano mittente e ricevente più che metterli in comunicazione, tanto che Park Chan-wook, a volte, usa ironicamente il loro schermo inerte, più che per le funzioni dedicate, per riflettere le immagini e i volti.
Un amore mai consumato, ma non per questo meno gravido di una sensualità perturbante, un amore intempestivo, che vive in una separazione che non riesce ad essere superata, probabilmente perché la distanza che ci separa dall’oggetto del desiderio, come ci aveva insegnato Buñuel, è sempre incolmabile, percorrerla vorrebbe dire vederlo svanire. Ed è questo forse il senso di questo romanticismo, assieme erotico e funebre, in cui è immerso il film di Park Chan-wook, e dello stesso, enigmatico, titolo. Quando decidere di partire? Quando decidere di lasciare l’altro o di andargli incontro? Come diceva Blaise Cendrars “Quand tu aimes, il faut partir”.
