Fatevi un regalo, che sarà probabilmente più sorprendente e gioioso di tanti fra quelli che avete ricevuto a Natale. Andate a vedere Left-Handed Girl di Shin-Ching Tsou (ancora una volta i titolisti italiani hanno sprecato un’ottima occasione per rimanere felicemente inoperosi)
I-Jing è una bambina di cinque anni, birichina e ingenua, come conviene alla sua età (solo un inciso, sono tutti bravissimi in questo film, ma la piccola Nina Ye nella parte di I-Jing è semplicemente stupefacente). Per lei il mondo è tutto una scoperta, un continente in parte conosciuto in parte misterioso che si appresta però ogni giorno con fiducia e curiosità ad esplorare. Questo mondo ha i contorni di un frenetico mercato a Taipei, rutilante di stand colorati, affastellati di merci e paccottiglia che la piccola, zainetto in spalla, attraversa in lungo e in largo come una minuscola caravella nel grande oceano. I-Jing è arrivata da poco in città con la mamma e la sorella, insieme formano una tribù al femminile stretta da affetti, ma attraversata anche da tensioni laceranti e tragici non detti che i grandi occhi spalancati e candidi di I-jin non riescono o forse non vogliono capire. Ciascun membro di questa strana famiglia cerca a suo modo di sopravvivere lottando con la vita. La madre dal bel volto stanco e dolente si arrabatta per far quadrare i bilanci familiari gestendo un piccolo banco ristorante al mercato, galleggia a stento e le spese impreviste per il funerale del marito che l’aveva lasciata, ma che lei si è voluta ugualmente accollare, rischiano di farla affondare. La figlia maggiore è un’adolescente ribelle, in guerra contro il mondo che visibilmente disprezza e da cui si sente respinta. Lavora come betelnut girl in un negozietto, intrattenendo equivoci commerci, probabilmente anche carnali, con lo squallido proprietario. Irascibile e scontrosa, sempre in conflitto con la madre, I-Ann si placa, a volte, solo davanti all’innocenza travolgente della sorellina anche se si sforza di mantenere sempre un atteggiamento severo che non cela però fino in fondo la sua riposta, struggente, segreta tenerezza. E poi anche I-jin deve affrontare seri problemi. Suo nonno, un troglodita sfaccendato, che staziona in casa in canottiera senza fare nulla, mentre la nonna raggranella bei soldi collaborando ad un circuito di immigrazione clandestina, ha messo in testa alla bimba mancina di non usare più la mano sinistra, la mano del diavolo. L’intimidazione perentoria turba profondamente la piccola che matura una buffa dissociazione, mentre cerca diligente di esercitarsi senza grande successo con la mano destra, affida alla sinistra, deresponsabilizzata dall’ingerenza del demonio, il versante oscuro delle marachelle, provocando furti seriali, piccole tragedie ma anche un miracolo imprevisto.
Non è difficile riconoscere nel modo di girare di Shih-Ching Tsou l’influenza del suo vecchio coinquilino Sean Baker che qui ha lavorato alla sceneggiatura e al montaggio e con cui la regista fin dai tempi di Take Out ha collaborato assiduamente. Ma se si confronta l’esplosione di vitalità di Left handed girl con il decantato Anora (anche su queste pagine, per carità) di Sean Baker non si può non notare come lo stile del regista americano, seppur sempre di alta qualità, si sia in un qualche modo urbanizzato. Nel mondo di Shih-Ching Tsou c’è ancora qualcosa di sfrenato e però serio come un gioco di bambini, non certo violento, ma immediato, diretto e trabocca di energia pura, di colori pop, di rabbia, amore, sofferenza, comicità, in una parola di vita. La regista compie un lavoro incredibile sullo spazio che ricorda la lezione magistrale di Wong Kar Wai; uno spazio soffocato e soffocante, sempre compresso negli stretti corridoi e nelle stanze allungate dell’appartamento delle tre donne, nei labirintici meandri del mercato, nel caos del traffico cittadino, ma nello stesso tempo sempre attraversato da un movimento frenetico che lo dinamizza, aprendo nei piani sequenza linee di fuga, nella velocità dei mobili dilatazioni e restringimenti improvvisi, nell’accelerazione del montaggio prospettive divergenti siano questi effetti provocati dallo sfrecciare del motorino di I-Ann, dal girovagare compulsivo di I-Jin dentro e fuori da stretti viottoli, negozi saturi di carabattole o ampie vie di scorrimento o perfino dalle corse accidentate di un suricato sventurato. La macchina da presa guarda spesso il mondo dal basso verso l’alto, ad altezza degli occhi di un bambino, secondo una prospettiva che altera la visione o forse la riconsegna ad un punto di vista incantato, visione che appare invece in altri casi deformata dall’uso del grandangolo che permette di avvolgere in un unico spazio il brulichio vitale del grande mercato, vero protagonista assieme alle tre donne del film, o gli angusti angoli dell’appartamento della famiglia di i-Jin. Deformazione che non si perita di risparmiare i volti delle protagoniste, fissate a tratti in primi piani intensi e spaesanti che arrestano, per il tempo di una lunga e sofferta inquadratura, l’impazienza della narrazione. Poi l’addensarsi del dramma che, come un rombo di tuono sempre più vicino, incombeva sulle vicende della piccola, precipita in una catartica cena di famiglia che per la combinazione di potenza emotiva, paralizzante imbarazzo, strampalata comicità involontaria può ricordare le migliori sequenze di Mike Leigh o di Thomas Vinterberg. E tutto quello che avevamo visto finora si illumina di una luce nuova.
C’è una grande umanità nel lavoro di Shih-Ching Tsou ma non è questo il suo merito maggiore, quanto la grazia che lo attraversa, una grazia che tocca insieme i momenti più sordidi e le sequenze più delicate, come il pellegrinaggio dí espiazione di I-Jin in compagnia della sorella fin troppo materna per le botteghe saccheggiate dalla piccola, sfiorando perfino con stralunato humour noir il volo suicida di un suricato dall’alto di un palazzo taiwanese.
Sì, fatevi un regalo per l’anno nuovo.