Vi avviso.
Se per voi Leos Carax è un genio a prescindere; se amate la musica degli Sparks; se per voi Adam Drive è un figo della malora (a prescindere). Se avevate qualche parente nella giuria del festival di Cannes. Allora fermatevi qui e amici come prima.
E andate pure a vedere Annette, fatti vostri.
Non dite però che non vi avevo avvisato.
Non parte per niente male. Attori e troupe, dietro la direzione di Carax in sala di registrazione, marciano trionfanti verso l’inizio del film “So may we start”. Oddio, la musica degli Sparks ricorda più “Ehio, Ehio, andiamo a lavorar” dei sette nani che “Sta tutto in ordine, non v’è che dire, ne più a partire si può tardar” del Viaggio a Reims di Rossini, ma insomma. Henry è una star della stand-up commedy che salta per il palcoscenico in accappatoio verde e mocassini (già un buon motivo per uscire dal cinema prima della fine), mentre il pubblico, quanto più è disprezzato e insultato, tanto più adora il suo idolo. Adam Drive, 20 anni (e 20.000 ore di palestra) dopo Frances Ha, ha guadagnato un corpo, ostentato per tutto il film, da gladiatore, ma ha perso ogni levità e ironia, cosa piuttosto preoccupante visto che deve interpretare la parte di un comico. Ann, una sempre splendida Marion Cotilliard, è una stella assoluta della lirica, eterea e malinconica, che sul palco “muore e si inchina”, si inchina e muore (Manon, Violetta, Turandot, Mimì, Carmen, Tosca, e chi più ne ha più ne metta). Fra i due sboccia un amore folle che trova compimento nella nascita di una bella bambina, Annette, una marionetta sperduta con l’aria da scimmietta. Ben presto, però, nasce anche il sospetto che davanti ai flash avidi dei paparazzi e all’entusiasmo dei fans ciascuno dei due, più che il partner, ami se stesso che ama l’altro, sospetto che prende forma concreta quando la carriera dei due si divarica, con Ann sempre più lanciata nell’empireo della fama e Henry che, di provocazione in provocazione, non riesce più a far ridere il suo pubblico. E già qui nasce qualche perplessità, perché, anche all’apice del successo, gli spettacoli di Henry, almeno quelli che ci ha fatto vedere Carax, avevano la stessa vis comica di una tribuna politica anni ‘60 condotta da Jader Jacobelli. L’idillio si tramuta in dramma, il lato tenebroso di Henry spinge nei gorghi di una fantastica tempesta Ann (ecco un momento di gran cinema, perché il maledetto Carax sa fare cinema…), che d’ora in avanti tornerà spettro orribile a popolare di rimorsi e rimpianti le notti del marito. Ma il padre degenere non è ancora contento, drogato del successo che non più gli arride, sfrutterà il dono sovrannaturale della figlia, che in una notte di chiaro di luna ha ereditato la voce della madre, per brillare ancora di luce riflessa nello star system. (Arguto! ecco spiegato il mistero della bimba bambola partorita da Ann: una marionetta nelle mani dell’ego dei genitori, per poter ancora elevare alle stelle Henry e consumare la vendetta di Ann).
Musical a tinte forti (a sì, non ve l’avevo detto, la pellicola è un musical), il film di Carax è una apologo, intessuto di citazioni nietzschiane e di Oscar Wilde (che fa tanto dotto), sul narcisismo degli artisti che, titillato dal sistema dello spettacolo, è assieme fonte e prodigio di creatività, ma anche oscura potenza distruttiva. Ma più che la trama o lo sviluppo della narrazione è il film stesso ad essere, nel suo complesso, un monumento eccessivo, kitsch, roboante al narcisismo del suo autore, geniale, se non fosse così tronfio e compiaciuto, se non si prendesse così terribilmente sul serio, senza neppure una nuance di soave autoironia. Ma insomma, su questo si potrebbe anche sorvolare, solo che la musica, lasciatemelo dire, è veramente inaudita e inaudibile: ampollosa e retorica come credo solo un cantante rapper si possa immaginare la musica colta. E per un musical non è proprio il massimo.
Poi la critica, rapita, esulta. Contenti loro…
Io comunque vi avevo avvisato.
