L’ultima missione. Project Hail Mary

Già la definizione del pericolo apocalittico che minaccia la terra la dice lunga sull’atmosfera irenica che pervade il film di Phil Lord e Cristopher Miller. Si tratta di microorganismi astrofagi sbucati dal nulla che stanno divorando il sole, assorbendone l’energia. Virus maligni che hanno infettato non solo il nostro sistema solare, ma tutta la galassia. Come dire: “Sfiga!”. Noi non ne abbiamo nulla a che fare. Anzi, l’umanità come un sol uomo, in prima fila cinesi, russi e americani – la sceneggiatura si è dimenticata, in questo caso di israeliani, palestinesi e iraniani- coopera per sconfiggere la minaccia oscura. E questo scenario, giusto per precisare, non fa parte, come potreste immaginare, della commedia spiritosa, ma della parte seria. Tutto questo lo veniamo però a sapere un po’ alla volta (molto un po’…), attraverso i ricordi frammentati di Rayland Grace (Ryan Gosling) un astronauta che si è risvegliato in uno stato di amnesia in una stazione spaziale che vaga nell’infinito. Gli altri due membri dell’equipaggio che viaggiavano con lui sono morti e l’uomo si ritrova solo, smarrito nel nulla siderale. Le prime sequenze dell’angosciosa scoperta di essere recluso senza perché in una cella claustrofobica, inghiottita nella prigione illimitata del cosmo, trasmettono un tangibile e soffocante senso di ansia e potrebbero risvegliare echi pascaliani sull’esile fragilità umana schiacciata dall’immensità di un universo indifferente, ma sono ben presto sabotati dalla reazione, per altro in questo caso ragionevole, di Grace che cerca per prima cosa di ottundere la coscienza della sua disperazione annegandola nella vodka, lascito della sua defunta compagna di viaggio russa e bighellonando poi ubriaco per l’astronave con una mise che ricorda vagamente quella del grande Lebowski. Il mood del film è già tutto in queste prime scelte di sceneggiatura e regia, dove la tragedia evocata, prima che possa diventare veramente lacerante, si converte in commedia e la commedia rischia di smarrirsi in gag. Mentre Grace a poco a poco ricostruisce la sua storia – un insegnante delle medie con un passato di ricercatore eretico, poco credibilmente cooptato dalla gelida coordinatrice (Sandra Huller, colpevolmente sottoimpiegata dalla regia) di un progetto scientifico globale e catapultato nel cuore di un segretissimo team di ricerca sugli astrofagi – la nave spaziale raggiunge il sistema solare di Tau Ceti, l’unico che sembra essere immune dall’infezione siderale e qui il novello Robinson naufrago nello spazio incontra il suo Venerdì (in periodi di inclusione, non un servo, ma un parigrado): un bizzarro ragnetto di roccia proveniente da Eridano con una missione analoga a quella del terrestre, scoprire come bloccare la peste stellare degli astrofagi. Fin qui non è che il film di Lord e Miller abbia brillato per originalità, miscelando assieme suggestioni provenienti da parenti illustri del genere: il sole che si spegne (Sunshine); la ricerca nelle profondità del cosmo della salvezza per la terra che muore (Interstellar); l’immersività delle perigliose passeggiate nello spazio infido (Gravity); la toccante amicizia con il buffo extraterrestre (E.T.); fino al tema della impossibile traduzione del linguaggio alieno (Arrival). E c’è anche, fischiettata da Gosling, la successione di note di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Lord e Miller operano però all’interno di queste coordinate cercando costantemente di depotenziare la tensione drammatica, impedendole di superare un certo livello di guardia per non allarmare troppo lo spettatore e optando decisamente per toni da commedia slapstick. A tale fine vengono mobilitate diverse strategie, alcune più riuscite, altre meno. Rispetto alla colonna sonora originale, pesantemente enfatica, risultano più incisivi incongrui stacchetti musicali connessi per vie traverse alle vicende narrate, come la singolare  sorpresa dell’Amanecer di Roberto Firpo, nella versione di Carlos Di Sarli, all’”alba” dei nuovi contatti con gli extraterrestri, mentre le stazioni spaziali terrestre ed eridiana ruotano l’una verso l’altra per agganciarsi, facendo così il verso con un tango argentino decisamente pop al nobile valzer di Strauss nella celeberrima sequenza di 2001 Odissea nello spazio. Ci sono poi i siparietti comici dove la ponderosa rilevanza filosofica del confronto fra due linguaggi diversi che implicano visioni della realtà e del tempo radicalmente differenti di Arrival si stempera nel giochino dei buffi malintesi e fraintendimenti fra Grace e Rocky (il ragnetto minerale). Altra contromisura è quella di fare leva sulla discrepanza antifrastica fra l’immensità della posta in palio, la salvezza della galassia, e la palese inadeguatezza dei personaggi coinvolti. Passi per l’eridiano che magari, ma dall’apparenza non sembra, era nel suo pianeta un mix fra Einstein, Socrate e Churchill, ma Grace appare con evidenza, poi certificata da un telefonato colpo di scena della sceneggiatura, uno capitato per caso, senza arte ne parte, nel mezzo di una missione decisiva. Anche qui non si rimane strabiliati per la imprevedibilità della situazione: è un po’ l’eterno topos di molti film americani incentrati sulla figura di un uomo comune (lasciamo perdere che poi si tratti di un figo come Gosling) invischiato in vicende che lo sovrastano e tuttavia grazie ad intraprendenza, ostinazione gentile e un’autoironica consapevolezza dei propri limiti, che si trasforma però da elemento di debolezza in punto di forza, riesce a risolvere intrighi complicatissimi e sconfiggere nemici micidiali. Inutile nascondere che in questi casi non guasta anche una notevole dose di culo – ma si sa, fortuna audax iuvat. Su questo versante la regia può fare affidamento su un Ryan Gosling al meglio della forma che con il suo indiscutibile sex appeal e la sua simpatia guascona, mascherate da impacciata ingenuità, riesce a fondere assieme lo smarrimento, ma anche l’intelligenza divergente e la schietta onestà di Robert Redford nei Tre giorni del Condor, con l’ingegno, lo spirito di sopravvivenza e l’affabile ironia di  Cary Grant in Intrigo Internazionale (due punti di riferimento imprescindibili nell’epopea dell’everyman in lotta contro il male).
Certo che, anche mettendo assieme tutto quanto abbiamo detto e infarcendolo degli immancabili effetti speciali da blockbuster, rimaniamo comunque, nella migliore delle ipotesi, all’interno di un film di genere che cerca in tutti i modi di risultare accattivante, pescando a piene mani dai predecessori senza nessuna vera audacia. La cosa avrebbe potuto pure funzionare se la regia avesse lavorato con misura e precisione, soppesando gli ingredienti, evitando tempi morti, calibrando il ritmo che non necessariamente deve essere frenetico – magari in alcuni frangenti lo è anche – ma è importante che sappia equilibrare le accelerazioni con i momenti di contratta sospensione. Purtroppo, accade l’opposto. Forse per giustificare i 200 milioni di budget, tutto è esteso, dilatato, stiracchiato, ribadito fino ad arrivare ad estenuanti centocinquantasette (157) minuti, decisamente troppi per un’esile e piuttosto sdolcinata favoletta sull’amicizia interstellare che abbatte barriere e pregiudizi, salvando il mondo che può ritrovare pace e solidarietà con l’accompagnamento di un insopportabile colonna sonora originale, dispiegata in cori angelici. La chiusura circolare che vorrebbe richiamare in un ambiente cupamente alieno l’allegria delle prime sequenze del Grace professore di simpatici ragazzini della scuola media risulta, al di là delle intenzioni della sceneggiatura, sinceramente angosciosa. Attenta a rasserenare e rassicurare comunque lo spettatore, evitandogli qualsiasi interrogativo inquietante che possa turbare l’happy end, la regia non perde però l’occasione per l’ultima gag, svaporando ancora una volta il dramma per galleggiare sulla superficie delle cose. Che non sarebbe di per sé un male se non che la superficie è, in questo caso, sconsolatamente piatta.

 

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