Il caso Belle Steiner

Pierre e Clea sono una coppia come tante altre. Senza figli, apparentemente affiatati anche se non proprio presi da una passione travolgente, sono molto diversi, probabilmente complementari: lui introverso, professore di matematica, ripiegato nei suoi calcoli e nella sua attività professionale, lei invece impegnata socialmente e partecipe alla vita cittadina. Vivono una vita apparentemente serena, movimentata dalla presenza di Belle, la figlia di un’amica di Clea, che si è trasferita nella cittadina della coppia per frequentare il liceo prestigioso dove insegna Pierre. Una mattina Clea trova il corpo di Belle, completamente nudo, riverso nella sua camera. La ragazza è stata strangolata. Non c’è nessun segno di efferazione, né di lotta. E nella notte precedente Clea era a casa di amici, mentre Pierre era rimasto da solo, nel suo studio, a lavorare.

Benoit Jacquot riprende la trama di un cupo noir di Simenon del periodo statunitense, trasferendolo nella provincia francese. Il romanzo di Simenon, pur se in terza persona, si concentra quasi in soggettiva sull’evoluzione psicologica del professore, per indagare come il clima di sospetto, isolamento, stigma sociale che cresce attorno al protagonista interagisca con i lati oscuri della sua personalità, dilatando un immaginario di dubbio e angoscia che sfocerà in esiti tragici. Jacquot decide invece di isolare, rispetto alla complessità della situazione evocata dallo scrittore belga, solo la componente di fredda imperturbabilità che caratterizza il suo protagonista. Di fronte alla tragedia, Pierre sembra non essere coinvolto, reagisce con apatia indecifrabile, apparentemente indifferente anche ai sospetti che, inevitabilmente, cominciano a gravitare su di lui. Contando sulla interpretazione impeccabile nella sua freddezza anaffettiva di Guillaume Canet, Jacquot lavora in una costante opera di sottrazione, smussando la tensione emotiva che viene, comprensibilmente, affidata alla reazione disperata della madre di Belle, ma che non sembra particolarmente coinvolgere i componenti della comunità, più contrariati che scioccati, o la stessa Clea. La moglie di Pierre, interpretata con sofferta intensità da Charlotte Gainsburg, prende decisamente parte per il marito, e questo si può anche capire, ma non sembra particolarmente turbata dalla sua compassata accidia. Non sembra mai chiedersi ragione dell’inerzia del marito, della sua resistenza passiva alla pressante incombenza della realtà, e questo si capisce un po’ meno. Nel corso dell’indagine emergono poi lati torbidi del carattere di Pierre, come un suo coltivato voyerismo, che seppur non offrono indizi chiari di colpevolezza, potrebbero dischiudere delle soglie su cui però la regia immediatamente glissa, quasi per evitare di gettare la minima luce su di un animo su cui si vuole mantenere un glaciale segreto. L’operazione funziona però fino ad un certo punto, dopodiché il meccanismo si inceppa. Poco servono le semi-soggettive su particolari ricorrenti, come la cavigliera della segretaria del giudice che interroga Pierre, o l’insistenza sul taglio degli occhi nello specchietto retrovisore dell’auto del professore se questi dettagli non sono poi annodati in una trama che trovi ragione nella psicologia dei protagonisti (o almeno a quella che è dato a noi, poveri spettatori, intuire). Procedere per allusioni appena accennate e subito ritratte, per elissi volutamente inspiegate può servire in prima battuta a mantenere un alone di mistero, ma, alla lunga, preclude la giustificazione dell’evoluzione del personaggio. Questo processo, che nel romanzo è progressivamente disvelato, qui è invece volutamente celato, tanto che l’esito finale, su cui obbligatoriamente tacceremo, non è che giunga inaspettato – cosa che in un polar è un pregio – ma risulta narrativamente immotivato, conclusione su cui la regia non può certo menar vanto.

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